Pur dimostrandosi ancora ben diffusa e forte nel Nordest, la religione cattolica assume connotati che dimostrano il crescere della sfiducia nella istituzione chiesa. Lo si rileva dall’interessante studio dell’Osservatorio Socio religioso del Nordest su un campione di 2500 persone dai 18 ai 75 anni, presentato alla stampa e tema di studio verso il convegno ecclesiale delle chiese del Nordest in programma d Aquileia dal 13 al 15 aprile.
Ecco alcuni dati in sintesi (Documentazione più approfondita la si può trovare qui, sul sito del settimanale diocesano La Vita Cattolica):
Credenti:
Credono nell’esistenza di Dio il 56%
Sono incerti il 33,9%
Sono non credenti il 9,3%
Identità religiosa:
Cattolici senza riserve: 19%
Cattolici con qualche riserva: 34,9%
Cattolici “a modo mio”: 29,9%
Altre confessioni cristiane: 3,1%
Altre religioni: 0,6%
Nessuna religione: 12,5%
Frequenza alla messa:
Ogni settimana: 26,5%
2/3 volte al mese: 11%
Una volta al mese: 5,7%
Ogni anno: 37,5%
Mai: 17%
Frequenza alla messa una volta a settimana (per età):
Dai 60 ai 74 anni: 48,1%
dai 45 ai 59 anni: 27,3%
Dai 30 ai 44 anni: 23,1%
Dai 18 ai 29 anni: 13,4%
Giudizio positivo sulla chiesa (per età):
Dai 60 ai 74 anni: 47%
Dai 45 ai 59 anni: 36,5%
Dai 30 ai 44: 29,8%
dai 18 ai 29: 15,5%
Cosa le fa problema nella Chiesa cattolica?
Distanza tra Papa/vescovi e vita della gente: 70,1%
Modo uso suoi beni: 66,1 %
Morale sessuale: 65, 1% (seguono altre voci)
Altri temi:
Divorzio: è grave? Per il 61% poco o niente
Convivenza: per il 79% è poco o per niente grave
Sesso pre matrimoniale: 73% abbastanza d’accordo
Questi alcuni passaggi di commento da parte di monsignor Lucio Soravito De Franceschi, vescovo di Adria-Rovigo e vice presidente del comitato preparatorio Aquileia 2 che indica come secondo lui debba mutare la pastorale per intercettare le istanze emerse: “Dobbiamo impostare un’azione pastorale non chiusa dentro la parrocchia, ma che si svolge là dove la gente vive e che privilegia l’incontro diretto con le singole persone. Con una battuta: dobbiamo passare dalla pastorale delle campane a quella dei campanelli. Pastorale delle campane vuol dire chiamare la gente in chiesa e servire quelli che vengono; pastorale dei campanelli vuol dire andare là dove la gente vive. Io come prete e come vescovo mi sento chiamato non a reggere un’istituzione, ma a vivere delle relazioni con le persone. [...] Dobbiamo creare occasioni di dialogo, mettersi in ascolto, non mettersi a far le prediche, ascoltare e accogliere nella diversità. [...] Occorre ripensare la pastorale parrocchiale in funzione di quelli che non vengono più nelle pratiche religiose. Bisogna uscire da una immagine vecchia di parrocchia che si riduce a fare un po’ di messa e sacramenti. [...] Prendere sul serio l’area dell’incertezza: sappiamo che quelli che ammettono l’esistenza di un essere trascendente è ancora alta, però quelli che credono, lo fanno con grande incertezza, è un terreno favorevole alla ricerca religiosa. E’ necessario imparare a interloquire col dubbio, non mettersi a fare spiegazioni, dimostrazioni, asserzioni. Certo nel dubbio, oltre che ascoltare è importante che ognuno di noi porti la sua personale esperienza di fede. Più che fare un elenco di dotrrina, dobbiamo raccontare la nostra esperienza di vita, perc questa esperienza può essere significativa per tutti”.



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