Porzûs, un verità scomoda per i comunisti italiani. Togliatti aveva “ceduto” il Friuli orientale a Tito

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Chiunque si opponeva ai piani jugoslavi di annessione veniva accusato di fascismo o connivenza con il nemico, e la stessa missione inglese in zona venne ripetutamente minacciata. È in questo quadro che si compì l’eccidio.

È un passaggio dell’introduzione del libro Porzûs. Violenza e Resistenza sul confine orientale (168 pag. Il Mulino, 15,00 euro) presentato ieri a Udine, che raccoglie gli atti del convegno svoltosi due anni fa (e di cui demmo ampio resoconto qui nel reportage con foto e video dal titolo: Porzûs e il tabù della resistenza divisa).

Ci mette poche righe il curatore, Tommaso Piffer (ricercatore di storia contemporanea all’università di Milano) a immergere la vicenda in una luce che vuole spiegare la violenza dell’episodio che accade nel febbraio 1945, quando un commando di GAP comunisti sterminò venti partigiani delle formazioni Osoppo (cattolici e azionisti) nelle malghe di Porzus.

Il libro, fortemente voluto dall’Apo (l’associazione dei partigiani della Osoppo) e dalla provincia di Udine (ieri il suo presidente Fontanini ha detto: “Ringrazio Piffer, studioso che viene da Milano, porta avanti un riconoscimento storico che in terra friulana sembra non si possa affrontare completamente. Qualcuno non vuole fare chiarezza fino in fondo su quanto successo e sui contorni storici”), vuole spiegare come il caso di Porzûs non si possa comprendere con le dinamiche interne alla resistenza italiana perché nel confine orientale del Friuli capitò qualcosa di unico, scrive Piffer, dall’ottobre del 1944, quando in quell’area, in seguito a un incontro tra Togliatti e gli Jugoslavi, il PCI si era di fatto allineato alle posizione titine. Ciò, è stato più volte sottolineato nella presentazione, smentendo l’immagine di un partito comunista italiano che voleva accreditarsi come solamente nazionale.

Che Porzûs non si possa leggere solo nelle dinamiche italiane, lo ribadisce il capitolo di Elena Aga-Rossi, l’eccidio era la conclusione preannunciata dell’occupazione delle valli del Natisone da parte dei partigiani jugoslavi, che volevano così creare una situazione di fatto per l’annessione dell’area… Per raggiungere tale obiettivo i comandi jugoslavi poterono contare sulla connivenza del PCI nella Venezia Giulia e nel Friuli orientale, compresa la federazione di Udine.

Cesare Marzona, presidente dell’Apo, nel suo intervento ha voluto chiarire l’anticomunismo della Osoppo: “L’insistenza con cui alcuni storici commentatori della vicenda di Porzûs pongono l’accento sull’anticomunsitmo di Bolla (nome di battaglia del comandante Francesco De Gregori) e della Osoppo è una limitazione alla grande idealità di Bolla e della Osoppo, che sono anticomunisti ma per la passione per la libertà: è dalla libertà che ricevo la coscienza di essere uomo, non dall’anticomunismo!”. Marzona ha anche aggiunto che: “Mi rifaccio al giudizio della magistratura: procedimenti tutti chiusi con la condanna pronunciata in contumacia perché Giacca e gli altri si erano prudentemente nascosti – ed è come una ammissione di colpa – in Jugoslavia, bandiera per la quale essi in fondo avevano combattuto”.

Su più o meno voluti silenzi della storiografia di sinistra o ad essa affine, ha messo l’accento il professore Giovanni Belardelli che ha ricordato come nel volume di Claudio Pavone del 1991, Una guerra civile c’è meno di un accenno su Porzûs.

Quindi ha detto che “In questo libro (di Piffer) prevale il fatto che la storia nella Venezia Giulia appartiene alla storia della Jugoslavia e non a quella dell’italia”, con la “subordinazione alla strategia jugoslava delle formazioni comuniste italiane”, figlia dell’ottobre 1944 “quando a Roma Togliatti ha accettato che su questa parte d’Italia potessero decidere gli jugoslavi, una cessione agli jugoslavi. Anche contro certi comunisti pariottici. Gli osovani erano decisi a difendere l’italianità di questa parte di territorio”. E ancora: “L’elemento fondante del partito comunista italiano era che aveva obiettivi dentro la dimensione nazionale italiana: non era vero!”. Quindi ha ricordato che “C’è una voce del dizionario sulla resistenza dell’Einaudi del 2001 dove si dice che a Porzus furono arrestati gli osovani, punto, si resta senza parole. Nascondento che gli stessi che gli arrestarono poi gli uccisero”. Per Belardelli “Nel 2012 c’è chi si sente in imbarazzo a discutere su Porzus, subito a difendere il Pci! Perché imbarazzarsi a riconoscere quello che è successo? Peggio per loro, guardiamo avanti!”.

E nella presentazione udinese anche Piffer ha ribadito che Porzus “mette in luce nodi problematici e in discussione la narrazione comunista della resistenza, nello specifico dell’unità della resistenza e della difesa della nazione. Porzus è la storia ell’appiattimento del partito comunista italiano a quello sloveno. Il libro vuole compiere un passo oltre”. Dove? “Nella memoria condivisa? Sono scettico. La frattura delle memorie che nascono dall’esperienza non si rimargina. Qui interessa condividere un metodo di ricerca che ha a cuore la verità dei fatti”.

Quindi Piffer ha spiegato che “Nel libro convivono ipotesi differenti”, che sintetizziamo:

1. Attenzione al contesto internazionale: impossibile non inserire Porzus in un quadro del comunismo internazionale. Dopo l’invasione della Germania arrivarono direttive identiche da Mosca a tutti i partiti: collaborare con le altre formazioni antifasciste. Cosi si voleva aumentare il peso dei partiti comunisti che poi nel lungo tempo avevano l’obiettivo collettivista. In Jugoslavia Tito ritiene di avere forza sufficiente per prendere il potere subito, scatena guerra civile. In Italia le formazioni comuniste collaborano con le altre formazioni. Ma Porzus rispecchia la logica jugoslava, più che quella italiana

2. Mostrare come il lavoro su contrasti interni alla resistenza va oltre Porzus ed è un campo di lavoro tutto da fare. Karlsen parla del CLN di Trieste attaccato dal Pci perché non aderisce alla logica dell’annessionismo jugoslavo. Oltre 160 antifascisti vengono uccisi da titini nel post guerra. Ad esempio sui Fratelli Cervi: si è taciuta la profonda frizione col Pci che non fece niente quando furono braccati dalla polizia.

3. Ripensare le categorie della narrazione che si è imposta e si basa sulla contrapposizione tra fascismo e anti fascismo. Porzus mostra che questo schema non permette di leggere bene questo periodo. Ci fu scontro con tre attori: forze democratiche, forze comuniste e forze fasciste. I caduti di Porzus sono figli di una duplice contrapposizione, ci ricordano che nel nostro paese sono caduti italiani per combattere contro il totalitarismo di un colore e di un altro colore.

La sala del consiglio provinciale di Udine durante la presentazione del libro

domenica 5 febbraio 2012

 53 Commenti

Andrea Mazzolini
6 febbraio 2012, 09:08

… continuamo pure a guardarci i piedi, che il mondo aspetta solo noi. Coraggio guardiamo avanti e mettiamo le risorse, anche mentali, dove serve.
Ve lo dice uno che ha avuto il nonno, repubblichino, fucilato e poi cremato dai partigiani.

Luca Marin
6 febbraio 2012, 12:46

Non ho letto e probabilmente in breve non avrò la possibilità di leggere il volume, per cui mi riservo commenti più approfonditi e relativi al libro suddetto. Tuttavia non posso non concordare con il commento di Denis Baron riportato il 12 febbraio 2010 e che continua a mantenere per intero la sua validità. Aggiungo di mio a seguito delle parole di Fontanini, ma il presidente della provincia ha letto o almeno ha presente la storiografia relativa a Porzus e prodotta dagli Istituti e dagli storici locali? Ne dubito fortemente!

6 febbraio 2012, 13:59

ma l’ex Urss non ha dedicato una città al
suo “glorioso nome? TOLIATTIGRAD come l’ALTRO
eroe dei due mondi sono stati due specie di leggende
Finalmente la verità viene a galla
“100 anni e 100 mesi l’acqua torna ai suoi paesi”
spero si continui sulla strada della verita.
Mal di pancia ??

Laura Matelda Puppini
6 febbraio 2012, 14:01

Se non si è affrontato ancora compiutamente il tema dell’ uccisione di Bolla ed altri osovani da parte di Giacca e garibaldini alle malghe di Topli Uork, con tutto quello che si è già scritto e pubblicato fra carte processuali e quant’altro,prima di questo ennesimo lavoro, stammo bene! Ma mai dire mai…come si suol dire. Comunque per scrivere sul libro in oggetto bisognebbe averlo letto. E può darsi che contenga elementi di novità, come può darsi di no. Una cosa è certa: per occuparci dell’assassinio di Topli Uork rischiamo di dimenticarci della resistenza contro i nazifascisti. E iniziamo chiamando i luoghi con i loro nomi: non Porzus ma Topli Uork.

virgilio
6 febbraio 2012, 16:00

Non sono uno storico.
Dico solo che lo scenario di quegli anni era veramente complesso.
D’altra parte tutto il mondo occidentale ha dovuto in qualche modo confrontarsi (anche negli anni successivi) con le logiche della real-politik.
Penso agli USA: per poter contrastare l’avanzata russa in afghanistan hanno dovuto dar credito alle bande di Bin Laden e poi…… come è andata a finire?
Per me però l’importante è essere consapevoli di tutto ciò ed ispirarsi a pochi ma ben saldi principi di democrazia e coscienza. Ha ragione la Puppini: cerchiamo di non farci portare fuori strada dalla classica pagliuzza nell’occhio !

Gnotul
6 febbraio 2012, 16:32

La contrapposizione non sta nel denominare quella località (Porzus, Topli Uork) in un modo o nell’altro.
La faccenda ha risvolti che hanno a che fare con gli interessi di Tito per il Friuli, quanto meno, sino alla sponda sinistra del Tagliamento.
La domanda é, se la resistenza garibaldina si era messa sotto il comando del IX Corpus Sloveno, quale fu il reale movente che mosse i GAP di Toffanin (Giacca) a condurre l’azione che porterà all’eccidio?
Vedremo ora, se il libro dirà qualcosa di nuovo in tal senso, ma da quello che qui si legge, pare di capire che l’interesse titino per il territorio friulano fosse quanto meno palese.
E se è così difficile da parte “garibaldina” ammettere questa verità, è perchè questa “verità” cambia tutto, evidentemente cambiando il fine, l’eccidio prende anche contorni e motivazioni anti nazionali!

Il Bieco
6 febbraio 2012, 18:05

Non vedo dove sia la novita’. Che Tito volesse portare i confini sul Tagliamento e’ risaputo ed e’ storia, che i partigiani rossi appoggiassero questa politica e’ altrettanto vero.
Bisogna leggere il libro per sapere se ci sono fatti nuovi e conseguenti considerazioni inedite, ma se il succo della nuova pubblicazione e’ su questi argomenti direi che il libro stesso sia abbbastanza inconferente. Avrei molto da dire anche sulle affermazioni della sig.ra Puppini relative al fatto che i partigiani abbiano fatto la lotta al nazifascismo, ma e’ lunedi…

Gnotul
6 febbraio 2012, 18:53

Anche Antonio Martini ne ha parlato di recente: “gli archivi di Londra sono lapidari. E si sa che la storia si fa con gli archivi. Anche a Lubiana, ora, toccherebbe di aprire i suoi!”
http://tolmezzo.wordpress.com/2010/02/05/porzus-un-evento-al-centro-dello-scacchiere-internazionale/

Laura Matelda Puppini
6 febbraio 2012, 20:19

Bieco, si legga tutta la bibliografia che ho letto io e poi ne riparliamo! Come si permette di affermare a casaccio certe cose? E poi è uno di quelli che si nascondono nell’anonimato. Io firmo e Lei perchè non lo fa, quando fa certe affermazioni? a stiamo scherzando? Da gnotul vorrei sapere cosa vi è di lapidario.

Pieri Stefanutti
6 febbraio 2012, 20:24

Già. Antonio Martini è da tempo che promette rivelazioni sul caso Porzus (prima sulle carte inglesi, poi sui mandanti…). Non pare che a tante dichiarazioni siano seguiti esiti concreti. Tommaso Piffer è uno studioso molto bravo e preciso, nel libro pubblicato sulle missioni alleate dava alcuni interessanti saggi dei documenti redatti dalla missione di McPherson su Porzus (giustamente, come dice la Puppini, Topli Uork, ma sarà difficile scansare un toponimo ormai entrato nel sentire comune). Servirebbe però una analisi accurata e un raffronto tra tutta la documentazione esistente …. bisognerà leggere il libro appena uscito. Finora quasi tutti i commenti usciti giungono a delle conclusioni “politiche” che solitamente gli storici non danno….

Gnotul
6 febbraio 2012, 21:11

Signora Puppini, lei qui mette il suo nome e cognome, ma questo non le da diritto di chiedere ad altri di evitare l’anonimato. Se, tra l’altro, non ci sono offese, ogni utente deve poter godere di una libera scelta.
Libera e prudente direi. Quello che conta non é il contenitore, noto o meno, ma il contributo che l’utente da.
Per risponderle nel merito. Gli archivi inglesi parlano e dicono quello che molti hanno sempre sospettato: L’interesse di Tito di accaparrarsi a fine conflitto il territorio friulano sino alla sponda sinstra del Tagliamento.
Così, con questa premessa, comprenderà che l’azione, l’eccidio di Porzûs o Topli Uork, ha una valenza diversa da un semplce regolamento di conti tra “italiani”.
Spero di aver chiarito.

Laura Matelda Puppini
6 febbraio 2012, 21:51

Vedo che lei, ignoto e coperto da anonimato conosce a menadito “gli archivi inglesi” Quali? locati dove? In quale città? Pubblici , privati? Ma le pare che se lei scrive ” negli archivi inglesi” uno storico, ma anche un laureato in beni culturali, la prenda per una fonte? E ” gli archivi inglesi” si trovano in Inghilerra, almeno questo si sa? Non ho tempo da perdere, buonanotte.

Gnotul
6 febbraio 2012, 23:56

La documenterò ulteriormente, signora Matelda, si tratta dell’archivio storico di guerra, ma sarò più preciso nei prossimi giorni. E come le ho già detto, io ci tengo al mio anonimato.
Per quanto riguarda i fatti, quelli di Porzûs, noto che la verità le da enormemente fastidio, ma é la verità che sta pian piano venendo a galla. Quello é stato un eccidio, un assassinio perpetrato da italiani contro altri italiani, in nome e per conto dei titini. Meglio, ora, signora Matelda?

virgilio
7 febbraio 2012, 07:58

Verità sacroscante, mi si dice….. In effetti gli interessi titini sul friuli orientale non sono una novità.
Che alcune frange del PCI italiano e friulano appoggassero tali mire, nemmeno questa per me (purtroppo) è una novità.
Che tutto il PCI e tutti i garibaldini nutrissero sentimenti anti nazionali e che la lotta di resistenza si esaurisca in ciò (patriotti osovani da una parte e traditori bolscevichi da un altra), o che addirittura, come qualcuno sostiene, che i partigiani non abbiano fatto la lotta al nazifascismo….. questa la si VUOL FAR PASSARE PER VERITA’. ma verità non è !
Nei migliori dei casi è una sciocca e puerile semplificazione, nei peggiori assomiglia ad una vaga forma di revisionismo.
arrivedorciiii.

Il Bieco
7 febbraio 2012, 08:45

Gentile sig,ra Puppini cosa c’entra l’anonimato? Se mi firmo dico la verita’ altrimenti dico boiate?
Non capisco cosa c’entrino le sue tante letture, che la quantita’ supplisca alla qualita’. Mi citi le fonti, Botteghe oscure i suppose.
Le mie fonti sono quello che mi raccontavano i miei genitori e i loro coetanei, ero bambino che mi chiedevo, ingenuamente, com’era che la storiografia ufficile glorificasse la resistenza, mentre le storie che sentivo raccontavano di ladri, regolamenti di conti, di innocui militi confinari strappati dal letto e fucilati in un bosco, di imboscate tese ai danni dei cosacchi in ritirata che hanno provocato decine di morti tra i civili.
Probabilmente la Sua resistenza e’ quella comoda dell’intelettuale, seduto sulla poltrona al caldo e senza correre rischi.
Beh, Le devo rilevare una dolorosa, per Lei, verita’: l’Italia e’ stata liberata dagli Americani, quel “ninin” di vera resistenza ci ha solo permesso di sederci al tavolo di Parigi con un po’ meno di ostilita’ da parte dei vincitori «Sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me».

PAOLO STRAZZOLINI
7 febbraio 2012, 08:54

Buongiorno. Innanzi tutto, un saluto deferente agli anonimi, soprattutto quando offrono al dibattito stupidaggini non documentate nè, allo stato, documentabili.
Alla presentazione io c’ero, ed ecco le mie osservazioni che sono a disposizione per suffragare.

PRECISAZIONI RIFERITE AL VOLUME “PORZÛS”
di TOMMASO PIFFER (IL MULINO, 2012)

Pag. 8, righe 10-16 Nelle formazioni osovane non era espressamente prevista la figura di “commissario politico”. Il corrispettivo osovano era “Delegato Politico”. La ragazza di cui si fa menzione, Elda TURCHETTI, era stata assolta dalle accuse di spionaggio in documentato processo e, cosa ben più importante, era stata dallo stesso Comandante Francesco DE GREGORI Bolla incorporata nella 1^ Brg. Osoppo-Friuli (nome di copertura Livia, matricola 1755). Infine, i partigiani uccisi nei giorni successivi furono 13 e non 17.
Pag. 8, nota 2 Giovanni COMIN, partigiano garibaldino, nome di copertura Tigre, a cui dall’Osoppo venne ARBITRARIAMENTE attribuito quello di “Gruaro”.Mario (e non Mauro) GAUDINO, nome di copertura Vandalo, non fu una vittima dell’eccidio, ma cadde nell’aprile successivo in Borij di Rucchin di Drenchia (UD), per mano di elementi del IX Korpus, come evidenziato anche dalla sentenza di primo grado a Lucca. In quanto coinvolto personalmente, trovo scorretto il non essere stato citato, visto che a me si deve l’inequivocabile identificazione del partigiano Vandalo, rimasto ignoto per oltre mezzo secolo.Gualtiero MICHIELON, e non MICHELON.Rizzo ANNUNZIATO, e non NUNZIATO, nome di copertura Rinato, non fu una vittima dell’eccidio ma cadde nell’aprile successivo in Borij di Rucchin di Drenchia (UD) per mano di elementi del IX Korpus, come evidenziato anche dalla sentenza di primo grado a Lucca.GUIDALBERTO Pasolini, e non GUIDO.Erasmo SPARACINO, nome di copertura Flavio, non fu una vittima dell’eccidio ma cadde fucilato dai tedeschi sul retro della caserma “Principe Umberto” di Cividale del Friuli, come esaurientemente documentato da Giuseppe Jacolutti nella sua opera: “Le fosse del Natisone”.Elda TURCHETTI, nome di copertura Livia.Antonio TURLON, nome di copertura Mache, non fu una vittima dell’eccidio ma cadde nell’aprile successivo in Borij di Rucchin di Drenchia (UD) per mano di elementi del IX Korpus, come evidenziato anche dalla sentenza di primo grado a Lucca.
Pag. 8, riga 7-8 Come già chiarito sopra, “delegato politico” e non “commissario politico”.
Pag. 87, righe 8-10 Giovanni COMIN Tigre non si era mai presentato come volontario alle malghe. Venne freddato disarmato e a sangue freddo dai gappisti, a oltre 1 km di distanza, mentre vi si dirigeva invocando protezione e rifugio. Era partigiano effettivo della Garibaldi, Brg. “Ippolito Nievo B”.
Pag. 87, righe 10-12 Elda TURCHETTI, non solo era stata giudicata innocente dagli uomini della “Osoppo”, ma con il nome di copertura di Livia (matr. 1755) era stata incorporata nella 1^ BOF. Cadde quindi da effettivo osovano ed è assolutamente incomprensibile come sia stata, e sia tuttora, oggetto di vergognosa discriminazione e obliterazione dalla Storia e dalla Memoria.
Pag. 88, riga 2 I partigiani osovani superstiti non furono “caricati su dei camion”. A parte alcuni che approfittarono di alcuni carri ippotrainati, i più raggiunsero il Bosco Romagno a piedi, esattamente come i loro carcerieri gappisti.
Pag. 88, righe 5-6 “…fila garibaldine…”. I responsabili della strage furono Gappisti (dipendenti direttamente dal PCI) e non strettamente Garibaldini: conviene che questo dettaglio, tutt’altro che insignificante, venga puntualmente precisato.
Pag. 87, righe 28-33 I “pesanti sospetti” sono qualcosa di più di una semplice insinuazione: basti, tra l’altro”, considerare che a tutt’oggi non è dato sapere ove si trovasse il Delegato Politico in pectore Alfredo BERZANTI Paolo (Gastone VALENTE Enea, Delegato Politico della 6^ BOF, non era affatto, all’atto dell’eccidio, sostituto del titolare: si trovava alle malghe in quanto al seguito di Aldo BRICCO Centina e degli uomini del reparto, ma in transito alla volta della famiglia per una breve licenza), inspiegabilmente latitante in un momento così delicato come il passaggio delle consegne di Comando e l’avvicendamento di Bolla. L’interrogativo irrisolto su dove fosse e cosa facesse in quel frangente epocale appare davvero inquietante.
Pag. 94, righe 24-25 “…partigiani garibaldini a eliminare…”. I responsabili della strage furono Gappisti (dipendenti direttamente dal PCI) e non strettamente Garibaldini: conviene che questo dettaglio, tutt’altro che insignificante, venga puntualmente precisato.
Pag. 102, righe 8-11 Non furono 10 i Sindaci friulani a negare a Martinelli il permesso di effettuare nei loro territori le riprese del film: in realtà fu il solo Sindaco di Cividale del Friuli, personalità invero bizzarra, ad opporre un reciso, immotivato rifiuto. Dopo molti tentennamenti, anche l’Amministrazione di Udine, inizialmente favorevole, si tirò indietro. Tutti gli altri interpellati, e in particolare quelli della zona Attimis-Faedis (ove però non vi era più l’esistenza di panorami adatti, essendo la morfologia del territorio montano-collinare irriconoscibile dall’epoca dei fatti), offrirono la loro disponibilità. La gran parte delle riprese venne effettuata in Friuli, nella Destra Tagliamento (Spilimbergo, Valvasone, San Vito al T.), a Villa Manin di Passariano. Le scene di alpeggio vennero girate in Veneto (per esigenze di location), gli interni a Roma e solo le scene riferite ai villaggi in Abruzzo, per esigenze di contesto scenografico.
Pag. 109, righe 3-6 L’affermazione riportata non corrisponde alla realtà dei fatti. Anche i resistenti di area Cattolica (e non si può escludere a priori quelli osovani) si resero responsabili di barbari atti omicidi nei confronti di militanti comunisti, non meno efferati della strage di Porzûs. Si veda in proposito il pregevole lavoro “Malga Silvagno”, recentemente pubblicato dal ricercatore scledense Ugo De Grandis, che ricostruisce in modo circostanziato la tragica fine del militante udinese Ferruccio Rojatti Spartaco.
Pag. 110, righe 9-12 Veramente ardito definire “nuova edizione” la ripubblicazione da parte di Sergio Gervasutti della copia conforme, salvo copertina, del suo precedente lavoro “La Stagione dell’Osoppo”, di per sé già costellato di innumerevoli inesattezze. L’operazione editoriale in questione, miseramente speculativa al fine di godere della pubblicità offerta dal film di Martinelli, rappresenta un vero scandalo, etico e scientifico, soprattutto in considerazione del fatto che l’Autore sprezzantemente non si peritò nemmeno di tenere conto di alcuna della miriade di argomentate osservazioni e segnalazioni fattegli pervenire negli anni da lettori critici e studiosi, incluso chi scrive.

Udine, 04 febbraio 2012

PAOLO STRZZOLINI – Valvasone (PN)
347-6572116

Per quanto attiene la favola del “confine al Tagliamento”, la verità è che non è emersa ad oggi alcuna prova documentale a riguardo. La linea di rivendicazione titina lambisce il nostro grande fiume solo in corrispondenza di Venzone-Gemona, dopodicchè scende al mare più o meno verticale lasciando Udine-Palma-Cervignano all’Italia e Cividale-Cormons-Aquileia-Grado alla Jugoslavia. Se qualcuno dispone di PROVE diverse, beh, le tiri fuori.

Sul disegno sloveno di rivendicazione e sulla accondiscendenza comunista italiana, nei termini di cui sopra, nulla di nuovo. E’ acquisito da tempo. La direzione in cui conviene indagare, semmai, è il grado di coinvolgimento del “livello superiore” del Partito. Sino alla disamina processuale, le responsabilità si arenarono alla Federazione di Udine, cui si chiese di pagare il conto assieme a “Giacca”, lasciando immacolati tutti i “papaveri” che lucrarono, in buona compagnia, indisturbati radiose carriere.

Infine, se qualcuno fosse interessato, oggi pom sono alla LEG di Gorizia (ore 17.30) a parlare di queste cose. Un saluto a tutti. PS

Gnotul
7 febbraio 2012, 09:38

Non credo sia corretto generalizzare, ogni fatto va giudicato per quello che é, ed é giusto che la verità si cerchi negli archivi delle varie fazioni in lotta.
Questo, oltre a far luce su un singolo fatto, aiuta a capire meglio il contesto generale.
Dire: “lo sapevo”, come fa lei Virgilio@, senza aggiungere nulla, pare a me un po’ riduttivo.
Vorrei allora dare un mio personale contributo, si tratta di un piccolo episodio, ma anche di una testimonanza significativa, illuminante.
La lotta di liberazione é iniziata e la “garibaldi” é da qualche tempo sotto il comando del IX Corpus sloveno.
Siamo in casa dei nonni paterni, accanto vive una famiglia di “garibaldini”, al gruppo aderiscono i due genitori e il giovane figlio. Una mattina, il ragazzo, poco più che ventenne, si precipita in casa dei nonni con il fucile spianato. La cugina Laura ha dieci anni ed é rannicchiata in un angolo dello stanzone che da sul cortile di casa ed assiste attonita alla scena.
Il ragazzo entra precipitosamente e urla una frase precisa, proferisce una domanda, con il tono di chi non ammette replica e chiede: “Chi é che parla in italiano qui?” Egli, aveva udito il nonno Leonardo, il quale aveva ben tre figli sotto le armi, leggere a voce alta il giornale, com’era sua abitudine.
Il giovane garibaldino aggiunse: “Non sapete che qui, alla fine della guerra, non si parlerà più italiano?”
La cugina Laura é, per sua fortuna, ancora viva e ha un ricordo preciso di quel giorno.
Per dire che, al di la degli archivi storici, ci sono fatti e circostanze che indicano come stavano in realtà le cose; e caso mai, la verità trae da un episodio come questo, ulteriore conferma.
Quel ragazzo, quel garibaldino, vicino di casa, in seguito, ebbe a puntare il fucile in faccia alla nonna Assunta per avere a tutti i costi un’oca, allevata dalla nonna con la speranza di sfamare gli altri quattro figli minori rimasti a casa. E anche questo é un episodio significativo, uno dei tanti magari, comunque da contabilizzare.
Ci sarebbe altro da aggiungere, ma per il momento vi basti sapere che, quel giovane garibaldino, giace, poco più che ventenne, in un campo santo dalle mie parti.

Laura Matelda Puppini
7 febbraio 2012, 09:57

Mi pare che la lettura di eventi complessi come quelli che interessarono la resistenza, qui, in Italia, altrove, sia ancora semplificata in: i cattivi comunisti – garibaldini – rossi, da una parte, i buoni dal fazzoletto verde,militari, tutto patria e famiglia che scesero in campo per lottare contro i rossi, dall’altra. Pare una partita di calcio! Ma per cortesia, siamo seri! Mario Candotti, Barbatoni, garibaldino, era ufficiale dell’esercito italiano ed era riuscito a portare i suoi indietro dal fronte russo, ufficiale era stato il garibaldino Ciro Nigis, e militare era stato Tranquillo De Caneva,Ape,garibaldino,e non erano, ai tempi della resistenza,che io sappia, iscritti al P.C.I.. Ufficiale era Marchetti, della osoppo, che collaborò con i garibaldini, come tanti altri, che frmarono pure comandi unici a livello operativo, e militare era lena, bruno cacitti e suo fratello Fermo, Prospero, e così tantissimi altri. Ed erano cresciuti sotto il fascismo che aveva messo al bando i partiti e la libertà di espressione, quindi poco sapevano dei partiti. La lotta armata era per L’Italia libera, e Viva l’Italia libera è scritto in calce a documenti osovani, e non si intendeva libera dai rossi, ma dai nazifascisti, che piaccia o meno. E magari i partigiani avevano altro da fare che pensare, ossessivamente, al confine orientale: avevano la Carnia in mano ai cosacchi qui insediati permanentemente e che volevano il fieno per il loro bestiame, violentavano donne, uccidevano, occupavano case facendo sgoberare chi vi abitava che doveva trovarsi altro alloggio, ecc.ecc ( leggere, almeno, per carità, il Martirio della Carnia di Michele Gortani,),avevano i paesi alla fame, avevano qui nazisti e fascisti;in zona operativa Attimis facevano incursioni gli sciatori tedeschi che comparivano improvvisamente e sparavano, i cosacchi facevano incursioni, mancavano i viveri le coperte, tutto, l’acqua gelava. E il nemico non dava tregua, lì come in Carnia. I partigiani uscivano dall’offensiva contro le zone libere, mica da un comizio! La storia la scrivono gli storici, mentre qui si sono messi un po’ tutti a dire a scrivere, quasi l’analisi del movimento resistenziale fosse da relegare a chiacchiera da bar. E sui partigiani sapeva tutto Pansa, che non è uno storico, e si doveva chiamare uno di Milano dopo che il coscienzioso Alberto Buvoli aveva già cercato d fare del suo meglio, come tanti altri, e cosa vuoi che sia Enzo Collotti, forse non sapeva l’ultima verità! E così il gravoso compito di scrivere l’ultima verità sulla resistenza in Carnia, se lo è preso Conedera! Ma per piacere! E molto è già stato pubblicato, moltissimo, troppo, sul confine orientale, per dire, sottolineare, precisare…Che cosa? La questione de confine rientale, mica il movimento resistenziale!. Non possiamo leggere la resistenza, qui, come scissa da quella dell’ alta italia ( per chi non lo sapesse lo’Osoppo dipendeva dal Corpo Volontari Liberta’ Alta Italia con sede a Milano), non possiamo confondere l’Osoppo con Gladio, non possiamo accettare,la chiave di lettura della nascita ed ed operativtà dell’Osoppo sulla base di quanto disse monsignor Nogara, che affermò che l’Osoppo è nata per combattere i rossi”. I rossi erano certamente un problema dei preti, ma non possono essere l’ossessione degli storici.

lusigne
7 febbraio 2012, 13:48

@signora Puppini: gli storici riportano i fatti ma la gente vive la storia in prima persona e, da sopravissuta, la racconta ai figli e nipoti entro le mura di casa.
La resistenza ha un rovescio della medaglia che probabilmente sporca l’immagine di una resistenza risultato di una sollevazione pura di coscienze. In realtà sono stati commessi assassini, furti, violenze, anche sui più deboli, sulla popolazione civile, compaesani tanto per intenderci.
Se la storia dev’essere raccontata la si riporti fedelmente. Gli archivi storici sono presenti sul territorio, ancora vivi e meno numerosi, seppur poco disposti a riandare con il pensiero a quel periodo.
Si scrive la Storia ma essa è composta da microstorie che non sono propriamente figlie minori.
La Storia si muove sul territorio, qualsiasi territorio, attraverso l’individuo o, meglio, ogni individuo compone un pezzo di storia.

Gnotul
7 febbraio 2012, 16:10

Mi pare che Lusigne centri il problema. Quanti resistenti, solo perché avevano in mano un fucile hanno commesso atti di violenza e di autentico arbitrio nei confronti della popolazione inerme?
Per chi vuole capire: un ragazzo, esaltato dal possesso di un fucile e di un fazzoletto rosso si dedica a far vendette tra la popolazione, egli se la prende con i parenti di alcuni che appartenevano alla “Osoppo”. Ma la giustizia degli uomini, talvolta, é più rapida di quella di Dio. Una sera, egli tornava da una delle sue spedizioni punitive, c’era il chiaro di luna, quando cercò di attraversare un terreno allo scoperto, fu oggetto di tiro incrociato e morì dissanguato. Giace ora in un cimitero, quel ragazzo, appena ventenne! L’odio, l’dea di onnipotenza, l’avevano perduto!

Laura Matelda Puppini
7 febbraio 2012, 19:53

Anche Romano Marchetti, il partigiano Cino da Monte,nato a Maiaso, abitante a Tolmezzo, racconta una storia. E l’avrebbe raccontata Prospero, se non avesse dovuto emigrare in Argentina, e l’avrebbero raccontata in tanti se qui avessero trovato lavoro, e l’avrebbero raccontata donne e giovani che a quella resistenza hanno partecipato se avessero avuto il tempo per parlare, se fossero stati ascoltati. Ma forse nonc’era il tempo per narrare,presi dai problemi del dopoguerra, forse non c’era il tempo per ascoltare, forse si era in pena guerra fredda, forse…E così la storia umana, non la vicenda storica e politica della Osoppo e della Garibaldi e di tutti coloro che lavorarono sul terreno per liberare la Carnia ed il Friuli da chi violentava, uccideva, cacciava di casa, aveva deciso di trasformare la nostra terra nella sua, si trasformata nel fatto personale dilatato e spesso non vissuto a riportato, perdendo la dimensione storica degli eventi. E così i cosacchi diventano buoni, perchè quella che viveva con nonna Guendalina, la nonna diceva che era una povera donna, e sarà stato vero, i nazisti non erano così male e i partigiani erano tutti brutti e cattivi: ora non più solo i garibaldini, tutti indiscriminatamente, da don Lino e don Redento Bello, a Mario Candotti e Bruno Cacitti, tutti, rossi e verdi. Non so da dove esca questa nuova che la storia si fa sommando memorie singole,non lo so. La storia è affare da storici, non da: A lu hai dit lui a lu ha dit iei, e l’ uso di fonti orali presuppone ampia preparazione storica. E purtroppo nell’ambito della storia della resistenza, qui, si è dato spazio alle opinioni,( singola intervista fatta da non storico) poco ai fatti. C’erano, comunque, ladri comuni che rubavano spacciandosi per partigiani, rubavano i cosacchi ed i nazisti fieno, donne, vita, e quelli ti sbattevano fuori casa,e quant’altro e tutti zitti e cuzzo. E chissà perchè Michele Gortani, che c’era all’epoca dei fatti, non era vecchio, non era rimbambito, ha scritto il Martirio della Carnia? Con tutto il rispetto per la nonna e a zia, il politico e il giornalista che vuol vendere libri, smettiamola di seguirli. Il far coincidere la storia del confine orientale con quella della resistenza ai nazifascisti da parte dei nostri uomini della nostre donne, l’aver permesso che un argomento storico diventasse opinione politica, e fosse trattato da chicchessia, ha portato a travisare, ha portato i giovani a pensare che i partigiani fossero stati cattivissimi. Se vogliamo scrivere sull’onda emotiva: non si creda che molti della mia età non abbiano desiderato dei posti statali fissi subito,ma c’erano i profughi giuliani, che ebbero l’accesso prioritario e così i loro figli. E salivan in vetta ad ogni graduatoria, e se c’ era un posto solo era loro, e così anche per le case popolari e altro, ed a trieste la gente povera viveva in tuguri e loro in case popolari nuove sul carso, e c’ era chi li odiava. E mentre i triestini se ne andavano a cercar lavoro in Australia, quelli ottenevano tutto e alcuni mantennero la casa anche oltre confine. Ma questa non è la storia del’esodo. Io credo che sinceramente molti qui acquistino i libri per conoscere e sapere, e non è loro la colpa se imparano che la resistenza è stata la guerra fra rossi e verdi, invece che tra partigiani e nazifascisti. E’ colpa di chi ha cercato di far passare queste idee, spostando la storia, qui, da quella della resitenza a quella del confine orientale, da quella della lotta di libaraxzione dall’invasore nazista, a fianco degli alleati a quella contro gli sporchi rossi.

Gnotul
7 febbraio 2012, 20:45

Morti di freddo, Strazzolini; professor Strazzolini, lei ha studiato, indagato tanto: tuto vano! A Porzûs quei disgraziati sono morti di freddo! Peccato che ad agevolare l’operazione c’era del piombo caldo. Un colpo dietro la nuca e via!
E no, porca puttana, non è andata così, quelli che li hanno ammazzati, erano dei beceri assassini e tali rimangono!

Pieri Stefanutti
7 febbraio 2012, 21:20

Porzus è uno di quegli argomenti in cui, spesso, chi interviene lo fa per partito preso, per ribadire aprioristicamente la propria posizione.
Paolo Strazzolini cerca da anni, con una pazienza e un amore per i dettagli quasi maniacale, di ricomporre in Friuli il grande puzzle di Topli-Uork/Porzus.
Tommaso Piffer ha il merito di aver rintracciato negli archivi inglesi documentazione sinora ignorata.
Basta l’uno, basta l’altro? Probabilmente no, come non sono stati sufficienti i Processi e le commissioni miste italo-jugoslave.
Servirebbe un Istituto super-partes capace di mettere assieme indagini già effettuate, documentazione d’archivio, quelle poche testimonianze di protagonisti ancora recuperabili …. per fare una serrata analisi e poter giungere poi a delle conclusioni. Perché punti da chiarire ce ne sono ancora tantissimi. Sugli sloveni, per esempio, andrebbero ricostruiti tutti i rapporti, gli screzi e le collaborazioni avvenute tra italiani e sloveni nella fascia delle Giulie, dalla val Resia alla Val Venzonassa alle valli del Torre; chiedersi come mai gli sloveni abbiano aiutato il superstite osovano sfuggito al piombo di Topli-Uork; interrogarsi cosa ci facessero e come siano stati accolti gli sloveni del IX Korpus nei giorni della Liberazione a Gemona, ad Artegna, a Tarcento…. Interrogarsi poi sulla “linea” del drappello osovano di Porzus, riandare a quel “Presidio di Ravosa” che, visto con l’ottica di quelle giornate, motivi da pensare li dava….
In sostanza: ragionare sui fatti, contestualizzandoli. Le conclusioni arriveranno dopo.

pino
7 febbraio 2012, 21:22

Michele Gortani, senatore democristiano, forse il carnico più autorevole e illustre di sempre, scrisse un piccolo libro da testimone diretto della Resistenza: “Il martirio della Carnia”. Con buona pace dei revisionisti non ci sono dubbi, leggendolo, su chi fossero i martiri e chi i carnefici; e già allora Gortani sentiva il bisogno di dirlo forte. Ma forse era un fanatico comunista anche lui…

lusigne
7 febbraio 2012, 22:22

Raccontare la storia è di esclusiva pertinescritta dagli storici.
E la memoria storica od orale se non trascritta evapora.

lusigne
7 febbraio 2012, 22:54

Raccontare la storia è di esclusiva pertinenza degli storici.
E la memoria storica od orale se non trascritta evapora.

Perdonate il pasticcio

Plupieri
7 febbraio 2012, 23:33

Quoto la pacatezza di Pieri Stefanutti, come sempre uno storico con il corretto “beneficio del dubbio”. Andrebbe piu’ specificato, Pieri però, il concetto che solo hai sfiorato del “presidio di Ravosa” dove si ipotizzò una guardia congiunta tra Repubblichini ed Osovani in funzione antislava..Questa situazione avvenuta, credo poco prima dei fatti delle Malghe, contribui’ non poco all’esacerbazione degli animi.
Ho ascoltato una volta e letto più di qualcuna il Prof.Strazzolini. Il tono oratorio e conclamato, tanto che la Del Din lo definisce “agitato”, mi convince per alcune situazioni, per altre meno. Per esempio condivisibile il netto distinguo di responsabilità sulla strage tra Garibaldini e Gappisti comunisti. Tra Questi ultimi militavano e facevano parte uomini di prim’ordine della Resistenza, protagonisti per esempio dell’azione di Via Spalato. Basti ricordare Gelindo Citossi, “Romano il Mancino”, straordinaria figura di combattente. Mentre i Gap del Mancino liberano il carcere di Via Spalato, quelli di Giacca, lo stesso giorno, commettono quella porcata a Porzus..Mi chiedo come mai uomini che avevano tale prestigio e responsabilità possano aver permesso che ciò accadesse..e me lo chiedo anche da ex, post, fors’ancora comunista..Di Strazzolini non mi convince invece l’inutile contabilità dei morti a Porzus, gli errori dei conteggi e delle salme. Tenuto conto di come furono trovati quei corpi, per esempio quello di Guido Pasolini, preso, scappato, ferito, ripreso, riconsegnato, finito a colpi di piccone, c’era poco da riconoscere (rimasto) ai familiari..Del Libro di Piffer, interessante il capitolo di Elena Agata Rossi..Sul Corriere di quattro anni fa fu recensito un suo intervento che recepiva una scoperta dai famosi archivi “britannici”.Il testo raccontava nel gennaio 1945 di una conversazione, in Val Resia, tra uomini del Nono Korpus ed il comandante osovano “Livio”, quasi sicuramente “Barbe Livio” Zoffo Romano, ufficiale degli alpini, reduce di Grecia e Albania, originario di Amaro, partigiano di fede azionista già presente in Carnia poi epurato dai vertici democristiani dopo i fatti di Pielungo (divisioni interne all’Osoppo che sarebbe interessante recuperare). Nel dialogo si avverte il tono imperioso degli sloveni “sloggiate” e la risposta solida di Livio: “Non ci provate”..La fermezza del comandante osovano anche in funzione antitedesca era però nota agli slavi e perciò il presidio dei fazzoletti verdi a Resia non fu mai attaccato. In altre situazioni prevalsero purtroppo altri ragionamenti..Zoffo Romano mori eroicamente a Tarcento insieme ad altri comandanti partigiani, garibaldini ed osovani, il primo maggio, massacrato a tradimento dai cosacchi a cui aveva intimato la resa..Di lui e della sua memoria bisognerebbe recuperare traccia..

Pieri Stefanutti
7 febbraio 2012, 23:59

Grazie a Plupieri per le parole di apprezzamento. Concordo che la figura di Romano Zoffo vada riconsiderata (per quel che può contare, ci sto lavorando su anch’io): mi riferivo proprio a lui quando citavo i rapporti con gli sloveni dalla Val Resia alle Valli del Torre. Quella relazione dell’incontro avuto il 1 gennaio 1945 con i comandanti sloveni (il documento trovato da Piffer ai National Archives di Londra e fatto conoscere dallo studio di Elena Aga Rossi e Antonio Carioti) ci mostra un atteggiamento fermo ma pacato, forse diverso da quel deciso antislavismo che permea il diario di Bolla)…. Era lo stesso “Barba Livio” che, a stretto contatto con il Cacitti più volte citato dalla Puppini e col parroco del paese, aveva avviato, in quel di Vinaio, un singolare esperimento di distribuzione di terre e boschi tra la popolazione, tanto da venire poi (pur frettolosamente e approssimativamente) definito “il Che Guevara della Carnia”….

Plupieri
8 febbraio 2012, 00:45

Stante l’ora tarda, Pieri, non mi dilungo..Ma al recente congresso dell’Anpi di Tolmezzo ho chiesto conto al Cino da Monte (Un altro Romano, Marchetti) che fu di Barbe Livio, il commissario politico (gli osovani dicevano “delegato” perchè commissario era troppo bolscevico..) di celebrare adeguatamente il capitano Zoffo, Marchetti mi è parso un po’ reticente (lo dico con assoluto rispetto) “andremmo a toccare tasti che non so se val la pena” ha detto..Invece io dico “tocchiamoli” quei tasti cavolo..L’Osoppo era fatta anche di personaggi straordinari come Romano Zoffo che sapevano esattamente dove stava il nemico e come combatterlo, senza attendismi di sorta, senza concedere quartiere..al di la delle conseguenze e degli imboscamenti di comodo..Cito Conedera su Zoffo Romano..documento rinvenuto e scritto dopo la fucilazione di due spie: riassumo:”E’ ora di finirla con questi pietismi, procederò nella maniera più energica contro chiunque possa nuociere all’organizzazione partigiana”. La necessità di una lotta senza confini e senza concessioni, questo di lui mi piace ricordare..

Laura Matelda Puppini
8 febbraio 2012, 09:09

Topli uork è topli uork, la resistenza è la resistenza. Intanto che qualcuno cerca qua e là nuovi documenti sull’asssassinio di topli uork e bosco romagno d conseguenza, io sto cercando di scrivere qualcosa sulla resistenza qui,sulla base di quanto già scritto, delle memorie di romano marchetti, con l’aiuto di molti.
Ma cuisà parcè Giacca a l’ha copati bolla e i siei? Mistero anche per il comando brigate est, allora. E chissà perchè nessuna commisisone partigiana riuscì a fare una indagine neppure sommaria, se ho ben capito? Ma se non ho capito ci sono migliaia di esperti sui fatti di Topli Uork,e per cortesia mi correggano. Magari Andrea e i comandanti della garibaldi, a cui pare gli osovani avessero richiesto di firmare l’incriminazione di due dei loro, non avendo proprio uno straccio di prova, perchè uno, se non erro, era Plaino che partecipò, con il Mancino, all’azione alle carceri di Udine non la firmarono, e così passarono fra i brutti ed i cattivi. Ma può darsi sia così, può darsi sia colà, può darsi…..E su Porzus, pardon, Tolpli Uork gli studi,i distinguo, le precisazioni ecc.ecc., le intervste, le fonti orali abbondano. Buon lavoro a chi ha tempo di leggerle tutte e vagliarle. Io credo sia giunta l’ora di continuare a scrivere la resistenza, non cofondendola con la storia del confine orientale, storia che non nasce dalla resistenza dei titini all’invasione nazista, ma come da più parti sottolineato, ben prima. (Cfr. almeno Roul Pupo, Il lungo esodo, capitolo secondo). E nessuno può negare che, già negli anni 30, esitessero movimenti nazionalisti sloveni, che magari non erano di sinistra ma poi si unirono a tito, che assomigiavano più ai nostri autonomisti friulani e a quelli della lega, agli irredentisti, agli altatesini che non ci amarono, nelle loro rivendicazioni. Ma questa è altra storia già scritta, solo poco divulgata e letta.

PAOLO STRAZZOLINI
8 febbraio 2012, 10:23

Cari Amici,
solo due brevi, dovute, note di risposta.

Al caro ANONIMO “Gnotul”.

“Morti di freddo, Strazzolini; professor Strazzolini, lei ha studiato, indagato tanto: tuto vano! A Porzûs quei disgraziati sono morti di freddo! Peccato che ad agevolare l’operazione c’era del piombo caldo. Un colpo dietro la nuca e via!
E no, porca puttana, non è andata così, quelli che li hanno ammazzati, erano dei beceri assassini e tali rimangono!”

Non capisco proprio il tono della sua risposta. Non ho mai sostenuto cose simili. Ho sempre cercato di raccontare la verità documentata o documentabile senza perdermi in sterili quanto inutili strumentalizzazioni funzionali a propaganda o ideologia. Non mi sono mai sognato di negare il ruolo di assassini per i carnefici cosa che, ed è ben più importante, ha sancito in via definitiva anche la sentenza dei vari tribunali. Tale condivisa consapevolezza, comunque, non cancella tutte le porcate, di varia matrice, che sono intervenute in seguito! Un’altra storia, altrettanto degna di essere indagata, compresa e divulgata. Provi a LAVORARCI su anche lei.

Al caro Plupieri, che leggo sempre con interesse dalla tribuna del MV, e che afferma:

“Ho ascoltato una volta e letto più di qualcuna il Prof.Strazzolini. Il tono oratorio e conclamato, tanto che la Del Din lo definisce “agitato”, mi convince per alcune situazioni, per altre meno. Per esempio … non mi convince invece l’inutile contabilità dei morti a Porzus, gli errori dei conteggi e delle salme. Tenuto conto di come furono trovati quei corpi…”

Se la Del Din definisce il mio tono “agitato”, chissà come interpreta il proprio… Con una differenza. Io mi spendo per difendere disinteressatamente la dignità di terzi, la Signora pontifica, senza risparmio, pro domo sua! E, inter alia, a dispetto delle reiterate richieste, non si perita ancora di raccontarci i dettagli più interessanti della sua vicenda…

Lei definisce “inutile la contabilità dei morti”: come, posso immaginare, l’identità certa degli stessi, l’esattezza delle date e dei luoghi. Guardi, le rispondo che, a mio avviso, il PRIMO dovere di un ricercatore storico, prima ETICO che scientifico, è occuparsi della dignità degli uomini, dell’anelito di Verità e Giustizia che i loro affetti, primi fra tutti, esigono. Vorrei che si soffermasse un attimo e provasse ad immaginare di essere una mamma, un papà, una moglie, un figlio di una delle vittime.
Subito dopo, MA SOLO DOPO, rifletta sul fatto che, dietro la cortina di tali “insignificanti” dettagli, spesso si celano disegni e circostanze il cui chiarimento aiuta non poco a rendere comprensibili i giochi dei massimi, articolati sistemi della Grande Storia.

Un caro saluto a tutti. Paolo Strazzolini

Daniele
8 febbraio 2012, 12:48

Riprendo dallo spunto sul presidio di Ravosa ed aggiungo che, a mio avviso, esiste un filo sottile che lega il Presidio di Ravosa e i fatti di “Porzus”. Figlio del momento, del contesto e della pericolosità delle azioni dei protagonisti. E’ documentato che Berzanti per la Osoppo e Scagliarini per la Garibaldi, nome di battaglia Ricciotti ritengono che un presidio all’imbocco della strada che porta alle montagne, formato dai partigiani e dall’MDT (milizia difesa territoriale) possa essere buona cosa. Un giovamento per la popolazione che in questo modo sarebbe difesa dai soprusi dei cosacchi. Sarebbe buona cosa anche per i partigiani stessi che si sono fatti promessa reciproca di non aggressione. Il comandate della Milizia, Walter Bruno Pozzi, in un primo momento forma un presidio con 30 militi poi accetta che i militi siano sostituiti con giovani locali (garibaldini + osovani). Questo accordo, siglato per la Garibaldi da Scagliarini scandalizza il capi del partito comunista friulano, strettamente legato a quello jugoslavo, spaventato da un progetto antislavo e anticomunista dell’Osoppo. Il 27 aprile il col. Zuliani, comandante Regimento Alpini Tagliamento, viene informato del passaggio con i partigiani. Scagliarini (Ricciotti) assieme ad aiutante Athos e capitano Volterrani firmano accordi scritti. Secondo strappo di Scagliarini agli occhi del partito. La sera del 29, mentre si organizza l’ingresso a Udine, furibonda discussione tra Scagliarini ed altri capi garibaldini che pretendono l’ingresso a Udine con bandiere rosse mentre il Ricciotti esige un ben più patriottico tricolore. Terzo grave strappo. Come se questo non fosse sufficiente, si sommi la volontà dichiarata di Ricciotti ovvero Scagliarini far piena luce sui fatti di Porzus dove era stato protagonista Giacca Scaglianini era comandante della polizia partigiana della Garibaldi con ordine permanente n°1 del 21 ottobre 1944 Brigata Garibaldi. Documento cartaceo originale che gli storici avranno certamente trovato negli archivi come ho fatto io a firma Vanni e Sasso. Ricciotti conosce molto bene Giacca il quale era anche ben difeso dagli jugoslavi (a fine guerra riparerà oltre confine). Il 30 aprile il convoglio di Scagliarini (Ricciotti) scende verso Udine ed in località Rizzolo, si dice che venga fatto oggetto di incursione aerea alleata e mitragliato per errore. In questo mitragliamento, casualmente muore solo Ricciotti (colpito alla nuca da unico proiettile calibro 22) e ferito mortalmente il suo aiutante Athos alle gambe ed all’addome. Morti casualmente solo i protagonisti degli accordi con gli Alpini della Tagliamento? Si dice siano stati mitragliati il 30 aprile. O meglio, lo sostengono da anni, solo alcuni. In un bellissimo libro dell’Ing. D’aronco, Ali sull’alto Friuli, ci sono le date, i veivoli impiegati, gli equipaggi, ed i resoconti delle missioni alleate recuperati dagli originali custoditi negli archivi delle missioni alleate in Inghilterra.
Missione il 30 aprile?
Nessuna!
29 aprile?
Incursione aerea sull’area.
Un giorno prima.
Dunque, come sono morti Ricciotti e Athos il 30 aprile? Sicuramente non per mitragliamento avvenuto il giorno prima e tra le altre cose è facilmente verificabile che sugli aerei non si monta un calibro 22 sulle mitragliatrici!
Soprattutto perché sono morti?
Ribadisco, non per errore di mitragliamento in quanto l’incursione aerea non è avvenuta il 30 aprile.
Quindi?
Fin qui fatti e documenti. Incontrovertibili.
Ora si entra su terreno più friabile
Giacca aveva sottolineato allo studente di medicina Celledoni (Ateone), morto a BoscoRomagno che avrebbe pensato direttamente lui a Scagliarini. L’accordo con i Fascisti del Tagliamento era il più palese atto di tradimento agli occhi di qualcuno e soprattutto, era un ostacolo per un ragionamento di espansione territoriale per altri.
Il tradimento si paga con la vita.
Chi si occupa di questo? Forse lo stesso tragico protagonista di Porzus? Credo sia una domanda lecita che merita una risposta. Non a me ovviamente ma alla famiglia del Garibaldino Ricciotti. Cordialmente

Laura Matelda Puppini
8 febbraio 2012, 15:53

Scusate ma non ho capito nulla di quest’ultimo intervento del solito anonimo. Ricordo che l’assassinio di bolla e dei suoi compagni da parte di giacca è avvenuto il 7 febbraio 1945, e qui si parla di fine aprile, poi del 44, poi di nuovo di aprile…! Ma per cortesia, si vuole mettere almeno le date in ordine e non confondere il lettore? L’anonimo salta di palo in frasca, va avanti indietro, non si capisce di che parli, e lapidario scrive, quasi alla fine del testo: “Fin qui fatti e documenti. Incontrovertibili”.
Ma per cortesia, almeno l’anonimo ci faccia capire di cosa sta parlando!!!!! Di un incursione aerea? Delle giuste richieste di una famiglia? Ma ha l’autorizzazione della stessa? Perchè da come scrive non mi pare sia il suo legale! E comunque a questo, che potrebbe avere anche 16 anni, non si può rispondere, essendo anonimo! Resta invece il fatto che, per quanto accaduto a Topli Uork, è sicuro che giacca e altri garibaldini uccisero bolla e altri osovani, per motivi che il comando osovano delle brigate est non riesce a definire; che la resistenza al nazifascista è altro rispetto alla storia del confine orientale, che esitevano movimenti nazionalisti sloveni (Orijuna per es) che avevano rivendicazioni simili a quelle di altri movimenti nazionalisti ed autonomistici anche prima del 1930, e che le popolazioni della Benecìa erano propense a stare con chi a loro offriva condizioni migliori di vita. E se mi si vuole credere mi si creda, altrienti invece di scrivere pasticci incomprensibili si carchi se sia vero o meno.

Gnotul
8 febbraio 2012, 16:29

Egregio professor Strazzolini, sapevo che sarebbe intervenuto. L’ho evocata e lei si è sentito tirato in ballo, giustamente. Non era a lei che nel merito mi riferivo, casomai, ho indicato la sua persona come testimone; il mio sfogo, unicamente per puntualizzare i fatti oggettivi, poiché è troppo facile da parte di alcuni tirar su un polverone.
Sarò franco, nei suoi confronti nutro due sentimenti contrastanti, il primo di gratitudine: se oggi so molte cose di Porzûs, lo devo anche e soprattutto a Lei, il secondo è di ritrosia, quasi di fastidio.
Lei, come molti studiosi, presume; proprio perché ha studiato tanto, pensa di sapere tutto, di possedere la verità rivelata.
Veniamo al dunque: ancora e per motivi che posso immaginare, lei chiede prove delle presunte mire titine sul Friuli. Ed è proprio su questo preciso punto che la devo deludere. Lei saprà senz’altro che i protagonisti della resistenza sono, o sono stati, uomini come tutti gli altri. E gli uomini parlano, dunque i partigiani, nonché i loro familiari, in tutti questi anni hanno parlato, molto.
Quello che hanno detto conferma, oltre ogni ragionevole dubbio, che quelle mire su parte del Friuli erano note, risapute.
E quello che si dovesse casomai ritrovare in qualche archivio, stia pur certo, non farebbe altro che confermare la vox populi.
Tra l’altro, ho qui in precedenza riportato una piccola, ma significativa testimonianza, verificabile, (intervento nr. 17, anche se risulta postata subito dopo il suo intervento) non sapendo in quel momento che lei avesse già postato, quella di un giovane partigiano che, nell’esprimersi, fucile spianato sui civili suoi vicini di casa, parla e dice quello che sa.
Del resto, in paese nel dopoguerra, siamo nel medio Friuli, c’era un ex partigiano garibaldino, che quando era un po’ alticcio, proferiva parole di questo stampo: “Preait i merecans, se nol ere par lôr, a chi, al governâve Tito”. Io, non me ne voglia, queste parole ho ascoltato e a queste credo, dato che mi ritengo un testimone indiretto!
L’archivio popolare, come vede, possiede una forza superiore a qualsiasi pezzo di carta, che notoriamente si può alterare. Anzi, sono spesso questi “pezzi di carta” ad avvallare la voce del popolo.
In conclusione, non sono un ectoplasma, posso scriverle una e-mail, nel merito ho altro da dirle, e l’avverto, non ho timori reverenziali nei confronti di alcuno e gradisco un rapporto diretto, alla pari. Non me ne voglia, per l’anonimato, sono solo una persona prudente. Sono del 50, e mi creda professore, la vita mi ha insegnato molto… soprattutto la prudenza! Mandi

Laura Matelda Puppini
8 febbraio 2012, 21:16

Scusi gnotul solito ignoto, ma chi è lei per scrivere quanto? Non ho timorti reverenziali…gradisco un rapporto diretto, perchè il professore gliel’ha negato? In questa sede non mi pare.Ma se il prof. è, come mi par di capire uno storico, che è lei, ignoto, per chedere un rapporto alla pari? E cos’è questa nuova dell’archivio popolare? E lafrase detta dal solito ignot ecc.? Stammo bene!!!!!!!! RIBADISCO MIE CHE INVITO A LEGGERE.

Laura Matelda Puppini
8 febbraio 2012, 21:18

Rimando, scusandomi,corretto. Scusi gnotul solito ignoto, ma chi è lei per scrivere quanto? “Non ho timori reverenziali…gradisco un rapporto diretto, perchè il professore gliel’ha negato? In questa sede non mi pare.Ma se il prof. è, come mi par di capire uno storico, chi è lei, ignoto, per chiedere un rapporto alla pari? E cos’è questa nuova dell’archivio popolare? E la frase detta dal solito ignoto ecc.? Stammo bene!!!!!!!! RIBADISCO MIE CHE INVITO A LEGGERE.

Plupieri
8 febbraio 2012, 21:55

Prof. Strazzolini mi sono riletto il mio intervento ieri sera..Effettivamente ho dato l’impressione di un tono canzonatorio e di ciò mi scuso..Concordo con Gnotul, grazie a Lei sappiamo molte più cose su Porzus di quante ne sapevamo venti o trenta anni fa..Ciò lo dobbiamo anche al suo lavoro analitico e metodologico. La mia critica riguarda il fatto che spesso, anche storicamente, a forza di guardare “l’albero” si perde di vista il bosco, gli episodi hanno un’importanza talvolta dirimente sui fatti, ma se non contestualizzati diventano fine a stessi..Mi ricordo la forte enfasi con cui lei raccontò di essersi recato in un paese del Veneto per far correggere una targa di un partigiano erroneamente considerato osovano anzichè garibaldino (credo fosse Comin ma potrei sbagliarmi)..Ecco questo se permette ci sta nel puntiglio dello storico, un po meno in quello del commentatore, nel senso, se i gappisti di Giacca avessero saputo che Comin era un “compagno”..non l’avrebbero ammazzato lo stesso?
La prenda come un contributo da un dilettante..io non sono uno storico, semplicemente un autodidatta.
Se posso, costruttivamente, rimarco anche che la teoria di Gnotul basata su singoli fatti, affermazioni, impressioni e ricordi determina “particulare” anche importante nella ricostruzione, ma pretendere che questo poi ascenda a regola generale francamente mi lascia fortemente perplesso. Si ribadisce le mire titine ecc.ecc., ma si dimentica che esse sono figlie degeneri delle mire “italane” ai danni tutte le popolazioni della ex Jugoslavia e non parlo della guerra di occupazione che sarebbe scontato, ma di anni che la precedettero, lustri, decenni di politica razziale e linguistica repressiva delle etnie di ceppo panslavo, della loro lingua, della loro tradizione, persino nella parte piu’ intima imponendone lo stravolgimento di nomi e della toponomastica..Ora a quel punto pensare che qualcuno di questi “sciavi” ce l’avesse con noi, Gnotul, ritengo non sia da considerarsi arbitrario perlomeno in una logica balcanica di “contrappasso”. Sul ruolo di Togliatti e dei comunisti italiani, ammesso e non concesso che si fossero espressi a supporto delle pretese territoriali slave, credo che il loro giudizio potesse poco..e non molto potevano i lontani sovietici. Molto di piu’ giocò a favore del titoismo, l’appoggio militare e politico garantito dagli Alleati in generale, dai britannici soprattutto. Diceva Ernest Bevin, ministro degli Esteri inglese: “Tito sarà pure una canaglia, ma è pur sempre la nostra canaglia”..

Gnotul
8 febbraio 2012, 22:14

Signora Matelda ecc. ecc., si faccia i fatti suoi, quando mi rivolgerò a lei, allora e casomai lo ritenesse opportuno mi risponderà!
Gnotul, non ignoto! Non senza pensieri, fossi io solo a difendere quegli uomini morti per mano assassina, lo farei sempre e comunque, meglio così. Meglio soli che in sua compagnia!

Maremonti
9 febbraio 2012, 08:16

Qualcuno ..o meglio qualcuna crede che le buche tra le strade di tolmezzo siano più gravi di quelle che resero protagoniste le foibe.

Laura Matelda Puppini
9 febbraio 2012, 09:22

gnotul, per me lei non ha un nome ma una è rappresentato da una sigla che domani può cambiare. Non credo che nessuno neghi che bolla e osovani siano stati uccisi da giacca e altri garibaldini,come appurato, fra l’altro, anche dalla giustizia itialiana. E ogni assassinio è esecrabile, ogni delitto è un delitto. Bolla era un grande comandante e mi creda, chi ha scritto le migliori parole per ricordarlo è Osvaldo Fabian, carnico e comunista, che lo aveva conosciuto. Quando scrive su un blog tutti possono leggere ed intervenire. Se vuole interloquire direttamente con Paolo Strazzolini, gli scriva direttamente. Ha un indirizzo di posta elettronica e se lo cerchi. Comunque la storia del confine orientale non è la storia della resistenza. Leggere cos’ era Orijuna e il secondo capitolo del lungo esodo di Pupo. INVITO PURE A LEGGERE MIEI POST.

Gnotul
9 febbraio 2012, 10:54

Non si preoccupi, signora Matelda, so dove e come cercare il professor Strazzolini, che se lo riterrà opportuno, qui mi risponderà. Sappia che non mi interessa averla come tramite, so come muovermi.
Certo, sono stato duro, ma non offensivo nei suoi confronti.
Sull’anonimato, vedo che non ci arriva, dato il suo concetto di libertà che a me pare molto limitato; eppure qui l’ho spiegato in tutte le salse! Ognuno ha il diritto di mantenere l’anonimato senza dare spiegazioni, lei da parte sua, è libera di fare e agire come crede. Ma non può decidere e sindacare l’altrui libertà, questa è una facoltà inalienabile del singolo individuo, e non devo a lei o ad altri la mia scelta. Chiuso l’argomento!
A Plupieri, che stimo: non fosse altro perché alcune di queste testimonianze, che cito, sono giunte da persone ancora in vita, o dai nonni passati a miglior vita, che mi hanno riferito questo e molto altro. Non hanno forse le parole dei protagonisti valore probatorio? E se io le dicessi che la nonna paterna ha assistito, non vista, ad una riunione, sul da farsi una volta che il territorio friulano fosse stato in mani titine, cosa mi risponderebbe? Che ancora dobbiamo cercare il pezzo di carta?
E se alcuni dei resistenti, hanno approfittato del fatto che avevano un fucile carico tra le mani e hanno vessato ingiustificatamente civili inermi, dobbiamo stare tutti zitti, per non infastidire qualcuno o non sminuire il valore della resistenza nel suo complesso? Credo che ci sia un limite a tutto, le azioni nefande sono e restano quello che sono, responsabilità dei singoli e nefande!

minotauro
9 febbraio 2012, 13:31

@gnotul: ok su anonimato, concordo.
per il resto no.
Pare ormai diffusissima la tecnica psicologica con cui si evidenziano e amplificano le falle, le lacune, i buchi neri o gli episodi oscuri, che pure ci sono stati nella resistenza (è impossibile negare che assieme a tanti valorosi patriotti, nelle file della resistenza ci sia stato qualcuno che invece la usava semplicemente come copertura per le proprie malefatte e bisogna dirselo senza mezzi termini) per smontarne il valore complessivo, per riscrivere la storia, ecc….
Ecco, è questo il punto. Io propendo per una lettura ed una ricerca sulla resistenza che sia attenta anche ai singoli episodi, anche alle dicerie di popolo o agli episodi riferiti per senitto dire, ma che non perda mai di vista il quadro d’insieme e complessivo e soprattutto che non ne minimizzi il valore intrinseco.
Vogliamo dire che dal punto di vista militare i partigiani non avrebbero mai cacciato nazisti e fascisti? diciamolo, anch’io la penso così.
Ma se vogliamo costruire uno spirito unitario per la nostra identità nazionale, dovremmo partire dai valori fondanti della resistenza, e non usare miseri trucchetti o soffermarsi su dettagli, veri ma marginali, della storia per trarre conclusioni sbagliate o instillare un sentimento di repulsione per chi ha lottato e dato la vita per la nostra democrazia.

Gnotul
9 febbraio 2012, 15:46

minotauro@, parole sue: “Vogliamo dire che dal punto di vista militare i partigiani non avrebbero mai cacciato nazisti e fascisti? diciamolo, anch’io la penso così.”

Concordo con lei sul punto, le formazioni partigiane sul campo, quasi mai si salvavano dai rastrellamenti. Semplicemente perchè quello che avevano contro era l’esercito più tecnologico, potente e organizzato al mondo.
E in questa mia affermazione, spero di non essere mal compreso.
E allora, diciamole le cose, a cosa servivano gli agguati dei resistenti se a fronte di nessun beneficio ai fini militari o quasi, erano le popolazioni inermi a pagare il conto per intero, e che conto: civili passati per le armi, interi paesi bruciati.
Spero che anche di questo si possa parlare con pacatezza, ragionando.

PAOLO STRAZZOLINI
9 febbraio 2012, 16:03

Mio caro “Gnotul”,
io sono del 56 e la mia origine si trova nell’”occhio del ciclone” (San Pietro al Natisone): sarà per questo che a me la vita ha insegnato il coraggio di metterci avanti la faccia, piuttosto che la prudenza.
Venendo alle sue considerazioni, le posso garantire che sono assolutamente convinto di non essere depositario di alcuna verità preconcetta o infusa, a tal punto che propongo metodicamente in piazza i miei convincimenti, pronto a correggere il tiro ogni qualvolta mi si offra una PROVA convincente. D’altro canto, lo studio è un passaggio obbligato, lei mi insegna, per poter costruire un serio ragionamento e non contribuire ad accrescere una sterile, quanto inproduttiva confusione.
Ciò detto, sia chiaro che è lungi da me il mettere in dubbio la genuinità e il significato delle fonti testimoniali, qualsiasi, comprese le sue, soprattutto in considerazione del fatto che io stesso me ne avvalgo appieno. L’invito che le rivolgo, però, è quello di considerare il potenziale limite delle stesse, che il più delle volte potrebbero ricalcare le personali, particolari aspirazioni di chi le offre, piuttosto che esprimere condivise e comuni linee di condotta politica e strategica. In ultima analisi, che il loro contenuto trovi un qualche riscontro nelle fonti documentali e si incastri in una possibile logica di realismo.
Che la nascente (rinascente?) Jugoslavia, quella di Tito, avanzasse pesanti rivendicazioni territoriali mi sembra indiscutibile. Che le truppe titine, al di là delle ben documentate pretese che non risultano bagnate dal Tagliamento, mirassero ad occupare quanto più territorio possibile pure, in una logica di prestigio militare e di vendicativa umiliazione nei confronti di un’Italia che, nei vent’anni precedenti, e anche prima, si era macchiata nei confronti delle vicine popolazioni slave di ogni sorta di orrendi delitti e prevaricazioni, non ultima una non dichiarata, proditoria e vile invasione dei loro territori nazionali (E qui vale un richiamo al significato della “Giornata del Ricordo”: cosa dovremmo ricordare? che chi semina grandine raccoglie tempesta? o peggio?). Al di là di tutto ciò, sarebbe stata la conferenza di pace a stabilire le frontiere, e lo avrebbe fatto, come lo ha fatto, sulla spinta degli interessi dei vincitori (quelli che contano!), alla faccia e sulla testa di italiani e slavi. E’ stata la convenienza dei vincitori a salvare quel che abbiamo del Friuli, non altri, e prima di commettere nuovi, imperdonabili errori, sarà bene che ne prendiamo consapevolmente atto.
Altra storia sono state le aspirazioni e le mosse dei comunisti, quelli veri, per i quali l’unica frontiera che conta era quella ideologica, che in quella fase storica e geografica poteva avanzare solamente all’ombra delle insegne titine. Solo loro avevano in animo di spingere il futuro confine il più possibile a occidente, fino a Lampedusa se realizzabile, loro che finiranno per pagare a caro prezzo e sulla propria pelle la fiducia riposta nella purezza ideologica comunista del Maresciallo Tito.
Valuti attentamente ciò che ho scritto: quello che non sono documenti deve essere logica, credibile realismo. In tele cornice, penso, vadano inquadrate le testimonianze dei singoli, protagonisti o non. E non perda di vista che, se è vero che un pezzo di carta si può alterare, come anche nelle mie ricerche è capitato di verificare in termini di spudorata falsità (e non si tratta di pezze slave o comuniste), è altrettanto vero che questo vale “ad maiora” anche per la “vox populi” per la quale, come lei stesso ricorda, è sufficiente essere “un po’ alticcio”.
A risentirla.

Mio caro Lupieri,
si, si trattava proprio di Comin. Penso che se gli uomini di Giacca avessero riconosciuto trattarsi del Garibaldino Tigre, non avrebbero sparato e lo avrebbero preso con loro. La mia opinione, naturalmente. Confortata dal fatto che l’altro del gruppo (il terzo era il mulo, carico di rifornimenti e provviste), così abile nel mentire sulla propria identità e sul proprio ruolo di intendente osovano e così salvare la pelle, fu interrogato, alleggerito degli averi e lasciato poi tranquillamente proseguire. E approposito di significato dei “dettagli”, dalle circostanze del destino di Tigre ho maturato il convincimento che l’intento iniziale di Giacca fosse di eliminare tutti gli osovani alle malghe. Possibilmente senza lasciare superstiti!
Come vede, alla fine il bosco è il risultato finale dei singoli alberi.
E si consoli, pure io sono un dilettante. Ma convinto che tra le cose da liberalizzare ci sia anche la Ricerca Storica. Se coincide con quella della Verità e della Giustizia, poi, tanto meglio. In questo senso, apprezzo sempre molto l’attenzione che lei riserva agli uomini, prima ancora che ai protagonisti.
La saluto cordialmente

Sull’ultima di “Gnotul”, quasi in tempo reale. Concordo appieno che una lotta armata contro i nazi andasse ben pensata, in un attento bilancio tra i benefici e i rischi per la popolazione inerme. Ma penso anche che sia troppo facile giudicare dal comodo della mia scrivania, della mia pace, della mia libertà. Non c’ero, non so e preferisco non azzardare giudizi.
Ancora un saluto a tutti

minotauro
9 febbraio 2012, 16:35

@ Gnotul: se ho capito bene le azioni non andavano intraprese in quanto inutili militarmente e foriere di effetti collaterali sui civili inermi.
Quindi ritengo che lei sia assolutamente contrario agli interventi militari italiani in Afghanistan e Iraq?
Se è così mi sta bene, altrimenti mi parrebbe una visione un po’ di parte.
Credo invece che gli interventi dei partigiani fossero indispensabili, non militarmente (anche se importanti) ma per la nostra DIGNITA’ civile.
Saluti.

Laura Matelda Puppini
9 febbraio 2012, 17:58

oggetto dell’articolo è la ricerca del dott. Piffer.
Io sono intervenuta chiarendo che la storia del confine orientale non è la storia ella resistenza italiana e mi si smentisca, se si è capaci. Io dico che non si può non conoscere la storia del movimento nazionalista sloveno e parlare di congfine orentale. Io dico che se Tigre avesse fatto a allora sarebbe accaduto b ecc. è fare ipotesi sul nulla, non storia. Io che ho scitto, su documeti originali cooperare per vivere, storia delle cooperative carniche 1988 ed altri articoli di storia anche su Qualestoria, rivista dell’I.R.S.M.L., credo di conoscere qualcosa di metodologia in ambit storico, e credo he la storia non si possa leggere sula base dei crociati e dei nemici dei crociati. Vorrei sapere, poi, cosa avrebbe atteso il tizio che scrive anonimo, per passare alla lotta contro i nazifascisti,vista la sitauzione orribile, di esser internato dagli stessi in Germania perchè soldato italiano? Di essere gettato fuori casa? Di aver la moglie violentata o picchiata perchè non ci stava o altro? Di veder ucciso un tuo parente solo perchè 2 repubblichini lo avevano scambiato per un partigiano? E questa era la popolazione., poplazione vessata, popolazione zittita da chi aveva fatto qui la terra DEI COSACCHI. Eravamo stati invasi, eravamo senza re e senza capo militare…cosa dovrevano fare i nostri soldati se non cercare loro ditenere alto l’onore dell’Italia? Ma credete che i nazifascisti li avrebbero lasciati fumare la pipa, a casa senza dir nulla? Comunque la resitenza è la restenza, la storia del confine orientale è altra cosa. E Giso Fior, Mion, cercò di fare una cooperativa bosdchiva con altri per mantenersi, dopo esser stato precettato dalla Repubblica di Salò, ma il podestà di Verzegnis non volle che la facessero. E lo scrive lui, non io.Non era vita facile. Non andarono per giocare ai soldatini o per provare l’ebrezza dela gloria..andarono per salvare sè, le loro famiglie e dare un futuro migliore alla Carnia. E erano soldati, e erano ufficiali dell’esercito, non erano bambini.

Laura Matelda Puppini
9 febbraio 2012, 20:29

Ho qualche problema quando leggo la cosiddetta storia del confine orientale, ma potrebbe essere un limite mio. Di chi erano le rivendicazioni territoriali di cui tanto si è scritto, parlato, ipotizzato? Dei nazionalisti sloveni, di Tito, di Tito in quanto fece sue le richieste degli sloveni, dei comunisti italiani, dei partigiani della Garibaldi, che erano così fessi da patire e morire per il confine orientale? O erano di Togliatti? O Togliatti fece “un inciucio” con il nazionalismo sloveno, ecc.ecc.? Che casino! Non si capisce nulla! E queste “pretese slovene” che territorio prendevano in considerazione? Fino al Tagliamento, si sentiva dire, dicevan che tizio aveva detto a caio, ecc. ecc.? Fino al Timavo? Riguardavano il territorio perso? E magari non poteva essere che qualcuno ci considerava degli invasori, che avevamo loro tolto le terre delle cooperative per darle ai fascisti (Roal Pupo), li avevamo costretti a cambiare i cognomi per italianizzarli ed a mettere nomi italiani ai loro figli, avevamo ammazzato un maestro di coro per aver permesso un canto in sloveno la notte di natale,(Cfr. Roul Pupo, avevamo creato i campi di concentramento per loro ecc.ecc.? E poi c’erano gli accordi ai vertici. Quelli che stanno ai vertici sono sempre potenti, e anche se i nazionalisti avessero voluto, Tito avesse voluto…i garibaldini, invece di pensare, nel primo dopoguerra a sfamare la famiglia avessero ritenuto…forse quello che volevano americani ed inglesi era più importante. E quelli avevano avuto qualche problema, subito risolto da loro, anche con altri confini…E quando si trattò di sconfiggere i nazisti mandarono loro missioni anche con Tito, e per raggiugere il sud Italia pasavano per la Jugoslavia, e qui la missione americana stava con i garibaldini a La Patussera di Ovaro. Ma questa è un’altra storia.

Plupieri
9 febbraio 2012, 23:52

Ripensare il ruolo della Resistenza è fondamentale. Al recente congresso dell’Anpi di Tolmezzo, Giulio Magrini ha formulato una interessante proposta di “ritorno” nei paesi della Carnia proprio per spiegare il ruolo che ebbe non tanto militare, forse non significativo perlomeno in Carnia, quanto mallevatore di generazioni e pensiero democratico..anche al di là di una certa agiografia resistenziale tronfia e superba..Sostenere che i partigiani non abbiano liberato l’Italia è legittimo, altrettano legittimo è pensare che abbiano distolto dalla linea dei fronti ingenti forze tedesche e collaborazioniste (vedasi cosacchi) che altrimenti sarebbero state impiegate più profittevolmente ad arrestare l’avanzata degli Alleati in tutt’Europa..

PAOLO STRAZZOLINI
10 febbraio 2012, 09:02

Carissima Puppini,
se mi manda un indirizzo mail (strazzolini@uniud.it), le trasmetto la mappa comparata con le rivendicazioni jugoslave comunemente accettate.
Un saluto

Laura Matelda Puppini
10 febbraio 2012, 16:19

Mi scuso: in mio ultimo non “primo dopoguerra ma secondo.

Pieri Stefanutti
11 febbraio 2012, 22:29

Mi permetto di intervenire ancora una volta nella discussione in atto su Porzus, anche se essa sta scivolando verso l’esaurimento (nel senso che chi è intervenuto ha solitamente ribadito le proprie posizioni, “e vonde”).

Cito, per spiegare gli elementi di perplessità, alcuni articoli di stampa.

Quando si annunciò il convegno di Udine (i cui atti sono alla base del volume di cui si sta discutendo), vi fu una anticipazione “carnica”:

«I documenti consultati in Inghilterra – spiega Antonio Martini – dimostrerebbero che Giacca e i suoi non agivano da soli, ma avevano ordini precisi. Emerge, insomma, una verità nuova, che attesta l’antifascismo degli osovani e la logica del tacito accordo tra Tito e i suoi riferimenti in Italia perché il IX Corpus arrivasse fino al Tagliamento». Una tesi storica già ampiamente dibattuta, non sorretta da documenti inoppugnabili: una zona grigia in cui anche un silenzio poteva valere come tacito assenso. (Messaggero Veneto, 4 febbraio 2010)

Uno dei relatori al convegno, precisò però poi:

«Questo di Udine è un passo molto importante, ma è soltanto il primo di un lungo percorso per arrivare a una serenità di giudizio che oggi ancora non c’è». (Elena Aga Rossi, in “Messaggero Veneto”, 4 febbraio 2010

Leggendo il libro appena uscito, sapremo se davvero c’era, per Porzus, “tutta la verità nelle carte inglesi”. Dalle prime segnalazioni, e dall’analisi serrata che su queste pagine ha fatto Paolo Strazzolini, parrebbe di no.

Frattanto si era aperto “un nuovo fronte” di ricerca:

UDINE. Nuove rivelazioni sull’eccidio di Porzûs per fare piena luce sul massacro compiuto nel febbraio del 1945 per mano dei comunisti dei Gap. Le annuncia Antonio Martini, già presidente del consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia. Il politico afferma di avere «nuove testimonianze» che potranno consentire di «fare piena luce sulla strage di Porzus». Martini spiega: «Ci fu un ordine ben preciso arrivato al comandante gappista “Giacca” (autore della strage, ndr)». E «quell’ordine venne recapitato da un influente personaggio politico tuttora in vita». Martini per ora non vuole fare pubblicamente il nome della persona alla quale si riferisce, attende di avviare nuove verifiche prima di dare l’indicazione. «Sto studiando ancora e sto seguendo alcune informazioni che mi sono state indicate – puntualizza -. Arriverà il momento nel quale metterò a confronto gli avvenimenti per dare una lettura storica completa e obiettiva di quanto accadde. Tutti coloro che sanno cosa successe sessant’anni fa nel confine orientale italiano dovrebbero parlare. È ora – ammonisce Martini – di raccontare le cose come stanno, di dire la verità».
(Messaggero Veneto, 3 gennaio 2011)

Anche queste anticipazioni paiono non avere avuto seguito.
Non sarebbe il caso, allora, di intervenire nelle discussioni storiografiche in atto solamente con elementi concreti e il più possibile univoci?

Gnotul
12 febbraio 2012, 09:31

Pieri Stefanutti@, ho letto con attenzione il suo intervento, e trovo giuste alcune sue osservazioni, anche se non approvo le conclusioni. Antonio Martini, aveva anticipato rivelazioni, che a onor del vero e inspiegabilmente, non sono mai arrivate.
Io, piuttosto, nel fare una disamina dei fatti, mi appello non tanto ai documenti, quanto alla logica.
Facciamo un ragionamento: Ma le pare che un personaggio come Giacca, avrebbe potuto, egli, autonomamente, mettere insieme un centinaio di uomini, all’insaputa della sede del PCI di Udine, per radunarli in quel di Orsaria, quindi, spiegare loro l’azione “manu miltari” da eseguire, quella che li avrebbe portati a Porzûs a eliminare il comando della Osoppo. E tutto sarebbe successo, in piena autonomia di quei cento uomini che avrebbero aderito, “Sic et simpliciter”, all’invito di Giacca?
E cosa gli avrebbe raccontato, egli, per convincerli, che aveva deciso in proprio l’azione punitiva? La cosa non sta in piedi, le pare?
Io invece, vedo Giacca, che non aveva certo bisogno di essere caldeggiato, radunare il gruppo, spiegare loro l’azione e dare a costoro la giustificazione che tutto si sarebbe svolto con l’autorizzazione dei vertici del partito.
Riepilogando, non le pare allora, che la presunta autonomia di Giacca, strida con la logica tout-court, e che invece é ben più aderente a questa, l’idea che in ambito politico qualcuno abbia autorizzato, preventivamente, la spedizione punitiva?
Diversamente, attribuiamo a Giacca, sopravvalutandolo, poteri, forza morale e politica, che egli pur dispoticamente, non poteva certo disporre.

Pieri Stefanutti
12 febbraio 2012, 10:08

Caro Gnotul, la ringrazio per l’attenzione, ma le domande che mi pone dovrebbe “girarle” all’ex presidente del Consiglio Regionale, che ha tratteggiato in quei termini il ruolo e la funzione di Giacca.
Personalmente ritengo – ma è una sorta di “sensazione” – che, in questa questione, il ruolo avuto dagli sloveni sia stato e venga ampiamente sopravvalutato. Non credo a un ordine partito espressamente dal IX Korpus, quanto piuttosto a un gesto di “captatio benevolentiae” inserito però in una pregressa, dura diversità di vedute, tra garibaldini e osovani, sul modo di intendere la lotta partigiana (oggi, per es., possiamo dire che la Turchetti era diventata l’osovana “Livia”, ma allora era solo una segnalata come spia da Radio Londra).
Certe questioni, sul confine orientale, gli sloveni se le risolvevano da soli, in maniera dura e decisa: vedi gli episodi citati da Strazzolini o la fine di “Nicholas”, Michael Trent della missione inglese di McPherson, un episodio sul quale, dopo tanti anni e versioni di comodo, stanno uscendo importanti dettagli.

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