Chiunque si opponeva ai piani jugoslavi di annessione veniva accusato di fascismo o connivenza con il nemico, e la stessa missione inglese in zona venne ripetutamente minacciata. È in questo quadro che si compì l’eccidio.
È un passaggio dell’introduzione del libro Porzûs. Violenza e Resistenza sul confine orientale (168 pag. Il Mulino, 15,00 euro) presentato ieri a Udine, che raccoglie gli atti del convegno svoltosi due anni fa (e di cui demmo ampio resoconto qui nel reportage con foto e video dal titolo: Porzûs e il tabù della resistenza divisa).
Ci mette poche righe il curatore, Tommaso Piffer (ricercatore di storia contemporanea all’università di Milano) a immergere la vicenda in una luce che vuole spiegare la violenza dell’episodio che accade nel febbraio 1945, quando un commando di GAP comunisti sterminò venti partigiani delle formazioni Osoppo (cattolici e azionisti) nelle malghe di Porzus.
Il libro, fortemente voluto dall’Apo (l’associazione dei partigiani della Osoppo) e dalla provincia di Udine (ieri il suo presidente Fontanini ha detto: “Ringrazio Piffer, studioso che viene da Milano, porta avanti un riconoscimento storico che in terra friulana sembra non si possa affrontare completamente. Qualcuno non vuole fare chiarezza fino in fondo su quanto successo e sui contorni storici”), vuole spiegare come il caso di Porzûs non si possa comprendere con le dinamiche interne alla resistenza italiana perché nel confine orientale del Friuli capitò qualcosa di unico, scrive Piffer, dall’ottobre del 1944, quando in quell’area, in seguito a un incontro tra Togliatti e gli Jugoslavi, il PCI si era di fatto allineato alle posizione titine. Ciò, è stato più volte sottolineato nella presentazione, smentendo l’immagine di un partito comunista italiano che voleva accreditarsi come solamente nazionale.
Che Porzûs non si possa leggere solo nelle dinamiche italiane, lo ribadisce il capitolo di Elena Aga-Rossi, l’eccidio era la conclusione preannunciata dell’occupazione delle valli del Natisone da parte dei partigiani jugoslavi, che volevano così creare una situazione di fatto per l’annessione dell’area… Per raggiungere tale obiettivo i comandi jugoslavi poterono contare sulla connivenza del PCI nella Venezia Giulia e nel Friuli orientale, compresa la federazione di Udine.
Cesare Marzona, presidente dell’Apo, nel suo intervento ha voluto chiarire l’anticomunismo della Osoppo: “L’insistenza con cui alcuni storici commentatori della vicenda di Porzûs pongono l’accento sull’anticomunsitmo di Bolla (nome di battaglia del comandante Francesco De Gregori) e della Osoppo è una limitazione alla grande idealità di Bolla e della Osoppo, che sono anticomunisti ma per la passione per la libertà: è dalla libertà che ricevo la coscienza di essere uomo, non dall’anticomunismo!”. Marzona ha anche aggiunto che: “Mi rifaccio al giudizio della magistratura: procedimenti tutti chiusi con la condanna pronunciata in contumacia perché Giacca e gli altri si erano prudentemente nascosti – ed è come una ammissione di colpa – in Jugoslavia, bandiera per la quale essi in fondo avevano combattuto”.
Su più o meno voluti silenzi della storiografia di sinistra o ad essa affine, ha messo l’accento il professore Giovanni Belardelli che ha ricordato come nel volume di Claudio Pavone del 1991, Una guerra civile c’è meno di un accenno su Porzûs.
Quindi ha detto che “In questo libro (di Piffer) prevale il fatto che la storia nella Venezia Giulia appartiene alla storia della Jugoslavia e non a quella dell’italia”, con la “subordinazione alla strategia jugoslava delle formazioni comuniste italiane”, figlia dell’ottobre 1944 “quando a Roma Togliatti ha accettato che su questa parte d’Italia potessero decidere gli jugoslavi, una cessione agli jugoslavi. Anche contro certi comunisti pariottici. Gli osovani erano decisi a difendere l’italianità di questa parte di territorio”. E ancora: “L’elemento fondante del partito comunista italiano era che aveva obiettivi dentro la dimensione nazionale italiana: non era vero!”. Quindi ha ricordato che “C’è una voce del dizionario sulla resistenza dell’Einaudi del 2001 dove si dice che a Porzus furono arrestati gli osovani, punto, si resta senza parole. Nascondento che gli stessi che gli arrestarono poi gli uccisero”. Per Belardelli “Nel 2012 c’è chi si sente in imbarazzo a discutere su Porzus, subito a difendere il Pci! Perché imbarazzarsi a riconoscere quello che è successo? Peggio per loro, guardiamo avanti!”.
E nella presentazione udinese anche Piffer ha ribadito che Porzus “mette in luce nodi problematici e in discussione la narrazione comunista della resistenza, nello specifico dell’unità della resistenza e della difesa della nazione. Porzus è la storia ell’appiattimento del partito comunista italiano a quello sloveno. Il libro vuole compiere un passo oltre”. Dove? “Nella memoria condivisa? Sono scettico. La frattura delle memorie che nascono dall’esperienza non si rimargina. Qui interessa condividere un metodo di ricerca che ha a cuore la verità dei fatti”.
Quindi Piffer ha spiegato che “Nel libro convivono ipotesi differenti”, che sintetizziamo:
1. Attenzione al contesto internazionale: impossibile non inserire Porzus in un quadro del comunismo internazionale. Dopo l’invasione della Germania arrivarono direttive identiche da Mosca a tutti i partiti: collaborare con le altre formazioni antifasciste. Cosi si voleva aumentare il peso dei partiti comunisti che poi nel lungo tempo avevano l’obiettivo collettivista. In Jugoslavia Tito ritiene di avere forza sufficiente per prendere il potere subito, scatena guerra civile. In Italia le formazioni comuniste collaborano con le altre formazioni. Ma Porzus rispecchia la logica jugoslava, più che quella italiana
2. Mostrare come il lavoro su contrasti interni alla resistenza va oltre Porzus ed è un campo di lavoro tutto da fare. Karlsen parla del CLN di Trieste attaccato dal Pci perché non aderisce alla logica dell’annessionismo jugoslavo. Oltre 160 antifascisti vengono uccisi da titini nel post guerra. Ad esempio sui Fratelli Cervi: si è taciuta la profonda frizione col Pci che non fece niente quando furono braccati dalla polizia.
3. Ripensare le categorie della narrazione che si è imposta e si basa sulla contrapposizione tra fascismo e anti fascismo. Porzus mostra che questo schema non permette di leggere bene questo periodo. Ci fu scontro con tre attori: forze democratiche, forze comuniste e forze fasciste. I caduti di Porzus sono figli di una duplice contrapposizione, ci ricordano che nel nostro paese sono caduti italiani per combattere contro il totalitarismo di un colore e di un altro colore.



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