La “zona grigia” e la partecipazione

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Estrapolo dallo spazio “commenti”, un intervento di Luca Marin, collaboratore di Carnia.La dall’Australia, in merito ai concetti di partecipazione e di Zona Grigia”. Buona lettura e discussione.

Partirei col termine “zona grigia” coniato per la prima volta da Primo Levi. E’ una fetta importante della nostra società che ha attraversato la nostra storia contemporanea e che perdura, anzi per certi versi si rafforza, nella società odierna. Della “zona grigia” faceva parte tutto quel ceto medio che all’indomani dell’8 settembre non si schierò né dalla parte dei nazifascisti, né dalla parte dei partigiani. Aspettava insomma la conclusione degli eventi con forme si di becero opportunismo ma talvolta anche di buon senso e di mediazione nei terribili anni dell’occupazione tedesca. La storiografia stessa ha ridimensionato in parte la spinta popolare e di massa della Resistenza in Italia (senza ovviamente arrivare alle becere conclusioni di certi noti revisionisti). Zona grigia la possiamo intendere poi tutta quell’area che rimase indifferente alle passioni e alle lotte più o meno giuste degli anni ’60 e ’70. E zona grigia la possiamo identificare, nel caso specifico, in quel ampio strato della popolazione che alla domanda che ne pensi della piazza e delle sue modifiche rispondono: mah a mi plui di tànt no mi intarese, baste chi no veti di paiaà di me sachete. Oppure a tutti quelli che prima si stracciano le vesti contro i no degli ambientalisti sulla politica turistica (soprattutto invernale) in regione, poi però quant che si tocin i becins, giustamente ma in forma tardiva criticano i nostri sorestanz. Non spetta a me condannare tali atteggiamenti, non perché ora sia all’estero bensì perché vedo che in tutte le società moderne questo tipo di atteggiamento è presente e diffuso anche in altri contesti ed anch’io ne faccio parte con stili e scelte di vita non sempre coerenti. Ti porto un esempio: Occupy Wall Street, Occupy Melbourne o Occupy Sydney… bé in quest’ultimo caso ho visto con i miei occhi la partecipazione media: 10 giovins e 12 poliziòts! Che dire allora? Si le firme possono essere considerate tantissime ma la proporzione ovviamente rimane impietosa, non tanto e non solo dal punto di vista numerico, ma anche e particolarmente dall’interesse che i cittadini hanno per un bene collettivo. Aggiungi poi che il contesto attuale non aiuta, guarda come si sono “congelati” gli esiti referendari dello scorso giugno. Insomma se non teniamo conto di questo fattore, rischiamo o di negare e avvilire gli sforzi di chi si interessa al bene comune o di arrivare agli attacchi personali, oramai tanto presenti purtroppo anche su carnia.la

martedì 29 novembre 2011

 9 Commenti

maremonti
29 novembre 2011, 17:50

La Zona Grigia è evidentemente riferita alla sensazione di impotenza decisionale in cui ci troviamo.

Che senso ha eleggere a rappresentanza politica una propria persona di fiducia, se poi a decidere della mia politica sono le lobby europee e le loro numerosissime spade di Damocle?

Che senso ha parlare del porcellum all’Italiana…se i maiali europei ti fanno la lista della spesa e dove prendere quei soldi?

Che senso ha una lettera di una Banca Europea, che decide contro i lavoratori e i futuri pensionati, ma che nulla proferisce contro l’evasione fiscale, contro le rendite vitalizie dei politici, degli enti e province inutili, gli sprechi delle auto blu? Tra cani non ci si morde, se poi i cani sono pure della stessa razza, si fa presto a trovare l’accordo tra chi deve far la guardia e chi deve invece una volta abbaiare e l’altra menar la coda.

Che senso ha votare a sinistra, se quei partiti nulla fanno per evitare che chi deve già lavorare 40 anni per una pensione da fame, è costretto a sentirsi dire che ne deve lavorare altri 2 o altri 3, mentre chi si occupa di politica si arroga il diritto di una rendita vitalizia senza aver conosciuto la precarietà, il sacrificio, l’ingiustizia, il licenziamento e la cassa integrazione ?

Che senso ha votare a destra, se eludere o evadere le tasse vale un condono del 5%, mentre pagarle regolarmente al 50/60% significa identificarsi per pagarne poi ancora di più.

Che senso ha votare al centro, dove a seconda delle poltrone offerte, si decide poi repentinamente in che lato stare e senza certamente alcun riferimento a quel simbolo che ti sei appeso al collo.

Che senso ha avere un Parlamento che per finto senso di responsabilità, ma per vero senso di paura verso gli elettori, si nasconde sotto la veste di un burocrate dei Monti….per salassare, precarizzare, impoverire e persino ridicolizzare la nostra dignità nazionale?

E’ questa la zona grigia, quella che alle prossime elezioni deciderà probabilmente di non votare, di non partecipare, o che mi auguro deciderà di farlo, ma per decretare la fine di quei 1000 pupazzi.

maremonti
29 novembre 2011, 18:06

Articolo di oggi:

Economia italiana in recessione nel 2012, in compagnia di Grecia, Portogallo e Ungheria. Il Prodotto interno lordo italiano quest’anno crescerà dello 0,7%, ma l’anno prossimo, stando alle previsioni, diminuirà dello 0,5%. Lo prevede l’Ocse, che taglia così le precedenti stime (+1,1% nel 2011 e +1,6% nel 2012). La crescita, secondo l’Outlook dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, tornerà nel 2013 con un Pil in aumento dello 0,5%. Secondo l’Ocse, a trascinare il Pil al ribasso nel 2011 e alla recessione del 2012 saranno in particolare gli investimenti nelle costruzioni. I tassi di disoccupazione previsti, rispettivamente, dell’8,3% e dell’8,6% ci riportano ai livelli negativi del 2010 ”

aiutatemi a capire allora, a cosa servirebbe fare ancora delle manovre economiche DI CUI L’OCSE NON CONOSCE NE’ L’ESATTA NATURA NE’ L’ESATTA CONSISTENZA ECONOMICA….se l’OCSE stessa si sbilancia a fare terrorismo psicologico, snocciolando cifre precise e con tanto di decimali…sull’entità della recessione????????????????????????????

I cosiddetti mercati…sono davvero mercati o c’è un preciso disegno di impoverire gli Stati, per costringerli a svendere i propri patrimoni alle grandi lobby europee e mondiali?

Signori….della zona grigia……SVEGLIAMOCI

Alberto Boiti
29 novembre 2011, 19:41

La zona “grigia” è, a mio avviso, strettamente correlata con la delega in “bianco”, data agli amministratori e l’allarme “rosso” che si scatena quando qualcuno si permette di criticare.
Uscire dalla zona grigia significa esporsi in qualche modo e ad esporsi si rischia.
Si può rischiare la pelle, come nelle pesanti scelte dei tempi di Levi, oppure di manifestare una scelta su temi che non si comprendono oppure il dileggio o i rimproveri di chi ci accuserà sempre di essere il solito bastian contrario, il komunista, il verde contrario allo sviluppo.
Chi si accontenta della delega che ha espresso con il suo voto e non si interessa più di nulla fino alle prossime elezioni (e poco anche allora) non c’è, non si sente e non si vede, è di fatto la gran massa della ZG.
Chi manifesta non il suo pensiero (che è difficile) ma si intruppa nelle grandi occasioni, nelle manifestazioni di piazza è parte della ZG.
Chi ha paura di esprimere le proprie idee, magari in contrasto con la propria parte politica o con il pensiero comune, contribuisce alla sopravvalutazione della ZG.
Quelli poi, e sono tanti in questo blog soprattutto anonimi, che schizzano come molle a difendere l’indifendibile appena si leva qualsiasi critica, costoro la zona grigia la vogliono mantenere e rafforzare.
La zona è la palude in cui affondano la partecipazione e la politica, con gli sforzi di tutti quelli che vorrebbero colori più vivaci.

Laura Matelda Puppini
29 novembre 2011, 19:54

Io credo che non si debba scomodare il concetto di “zona grigia” di Primo Levi, che definisce così la zona della collaborazione con i tedeschi nei campi di concentramento da parte di alcuni, quali i kapos, che diventavano così dei privilegiati. Essa è la zona che divide chi comanda da chi totalmente subisce, la vittima dall’aguzzino.( cfr. Primo Levi, I sommesi e i salvati, einaudi 2008, p.29). Piuttosto bisognerebbe rifarsi alla nostra storia recente e meno recente, con i vari clientes in ogni corte politica, ed all’ uso inflazionato ed idealizzato, del concetto di democrazia, tanto da finire nell’iperuranio e non più sulla terra. Giustamente Gustavo Zagrebelsky intitola un suo libro:”Imparare la democrazia”. Egli scrive che dopo la caduta dei regimi totalitari di destra, vi è stato un uso intensivo ed estensivo della parola democrazia tale che la democrazia si è trasformata in un concetto idolatrico che ogni forma di governo ha fatto propria. Quale stato,ora come ora, non si definirebbe, in Europa democratico? Così si è persa la dimensione fattiva della democrazia stessa, che per esistere in un contesto sociale deve essere attuata, partecipata, in più forme, mentre ora pare spesso relegata al maro esercizio del diritto di voto e poco altro. E ormai ci si dimentica di altri concetti, che sono alla base del vivere democratico e cioè quello di partecipazione, di comunicazione anche politica e di contesti comunicativi, di rispetto, di dialogo, di cultura. Secondo me sarebbe davvero più proficuo iniziare dalla lettura di Pier Paolo Pasolini, di quella sua critica accesa alla nuova società consumistica con tutti i suoi pericoli compreso l’ appiattimento dei singoli, dell’espressione individuale, della cultura, e dal guardare il livello dei programmi televisivi e di quanto accade nella scuola. Si può giungere a punto di spedire prove errate e poi chiedere scusa, o da permettere l’accesso alla facoltà di medicina su un test di cultura generale? E quanto siamo distanti da ciò che la cultura europea espresse ai primi del Novecento?

Alesso e dintorni
29 novembre 2011, 20:21

Le riflessioni di Luca Marin sono stimolanti perché consentono di spaziare, come sta avvenendo, da un localistico “Borgat” a una dimensione globalizzata. Sono state riproposte anche sul Blog “Alesso e Dintorni” (http://cjalcor.blogspot.com/) per cercare di scoprire quanto siano utili anche per chiarire i meccanismi di partecipazione in atto nella Valle del Lago, dove il problema del raddoppio della centrale e quello del futuro del Lago stanno provocando divisioni, contrasti e lasciano spazio anche a “quelli che rispolverano lo slogan “Ridateci il nemico” poiché non riescono ad identificarsi (nè ad emozionarsi) con nessuna delle “parti in causa”…. “

Plupieri
30 novembre 2011, 00:58

La zona grigia piu’ appropriatamente definita la zona bianca da Leo Longanesi (secondo I.Montanelli). Guardando in fondo nel bianco del tricolore s’intravede un uomo medio made in Italy esclamare sommessamente: “mi dispiace cumpa, ma tengo na famiglia”!!

30 novembre 2011, 08:24

LA ‘ZONA GRIGIA’ PIÙ PERICOLOSA È L’INDIFFERENZA AI PROBLEMI GIOVANILI

SUGLI SGUARDI DEL DISAGIO GIOVANILE E SUL SUICIDIO
di
Ermes Dorigo

“Cerco un centro di gravità permanente…”: mi risuonano nella mente le parole della fortunata canzone di Franco Battiato, quando incrocio nuovamente gli sguardi delle mie studentesse e dei loro compagni tra i banchi di scuola. Non vedo se sono abbronzati o stanchi, perché hanno lavorato durante le vacanze scolastiche; no, cerco di leggere nei volti la scrittura degli occhi e delle labbra che, anche se chiuse, parlano e dicono dell’ interiorità ; entrambi “specchi dell’anima”, parola, quest’ultima, ormai desueta, anche nel significato di individualità, dato che si vorrebbe che quasi tutti i giovani ne fossero privi, omologati in toto verso l’esteriorità e la materialità dei consumi (percing, orecchini, pettinature scalate, schiuma, gel, capigliature colorate: cazzate! Nel senso che non sono certo questi gli elementi, su cui fondare una valutazione ed un giudizio, anche se il conformista comun sentire lo fa: del resto quando alcune donne, in altri tempi, hanno iniziato ad usare il rossetto o a indossare le minigonne il buon senso comune non le giudicava forse delle bagasce?); in realtà, fluttuanti, plurali, metamorfici, privi appunto – per lo più, non generalizziamo: ci sono anche giovani che rivelano un saldo background affettivo in senso lato e, quindi, una identità strutturata, marcata e ben definita – di un “centro di gravità”, di pesantezza , intesa come comprensione e accettazione di sé, della complessità della vita e della storia e del sapore dulcamaro delle stesse; padroni e responsabili della direzione da dare alla loro vita in relazione ad un sistema di valori ben definito; bisognosi di un baricentro per controllare e ordinare la loro contraddittorietà interiore, squassata tra razionale e immaginario, intuitivo e riflessivo, globale e analitico, verbale e visuale, reale e virtuale.
Questi giovani sono leggeri, evanescenti, nel senso che dentro non hanno spesso sedimentato esperienze reali, ma virtuali, né memoria, riflessione, autonomia di giudizio, la realtà della morte come specchio della vita; sono in balìa delle contingenze e volitano onnidirezionali con disagio dall’una all’altra senza che qualcosa acquisti significatività ed importanza reale; sospesi sopra le cose e al di qua della storia, cui tanti vorrebbero appartenere ma dalla quale vengono respinti dalla stupidità di adulti superficiali (nel senso letterale, che si fermano alla superficie) o prepotenti, arroganti ladri di giovinezze, e ricacciati dentro se stessi e rinchiusi come in un ghetto: tante solitudini individuali unificate dal pregiudizio sociale, esistenti solo in quanto funtivi del consumismo. Costretti a sopravvivere come fantasmi introversi e silenziosi nella disconferma socio-affettiva e sociale nel pieno del loro vigore fisico e immaginativo, tra inedia inazione noia insensatezza del vivere (ove s’insediano sogni trasgressivi anche autodistruttivi) i loro occhi esprimono malessere, depressione, angoscia, insicurezza e, mentre parli loro dei grandi avvenimenti storici e li coinvolgi sui temi e i ritmi dei grandi poeti e scrittori, il loro sguardo quasi si sdoppia: uno di stima e apprezzamento per la tua passione educativa e culturale, l’altro come di rimprovero per certa tua disattenzione al loro vissuto, alle loro problematiche, al loro disagio, alle loro paure, per affrontare, se non per risolvere i quali richiedono fondamenti (pur se discutibili e relativi) e punti di riferimento, che vengono anche dai libri, ma soprattutto dagli adulti in carne ed ossa, che hanno di fronte nelle varie situazioni della loro vita quotidiana e che dovrebbero aiutarli ad ‘liberare’ la loro interiorità, considerandola importante, un valore.
Se osservi con attenzione, vedi allora tanti sguardi – non parlo degli occhi sereni, luminosi, consapevoli, sicuri e di labbra appagate -: incerti, assenti, mascherati, malinconici, freddi, tremolanti, disillusi, aggressivi, foschi, reticenti, inquieti, disamorati, imploranti, velati, vuoti, ansiosi, maliziosi: epifanie di situazioni difficili e a rischio, che nel mondo giovanile sono in crescita esponenziale (non solo tra giovani ‘studenti’): aumento della sfiducia in se stessi, calo dell’amor proprio, carente proiezione nel mondo e nel futuro, sgretolamento progressivo della motivazione all’agire e della voglia di vivere, dissoluzione del diaframma tra vita e morte, che vengono eguagliate, e che spinge i più fragili e sensibili a scegliere la morte come vita: il suicidio non è spesso una scelta di morte, ma di una vita ‘altra’: “Diventerò una stella del cielo e da lassù continuerò a guardare il tuo volto e ad amarti”, ho letto in una lettera di un giovane suicida. “Da lassù”, perché ‘quaggiù’ i sogni s’intersecano col dolore e con le disillusioni e spesso manca a molti giovani – non per carenza ontologica, ma educativa e formativa – la forza interiore per resistere e districarsi nel labirinto dell’esistenza e per rifiutare e opporsi al neodarwinismo sociale della legge della giungla, della quale sono le prime vittime.
Scopriamo, con meraviglia o ipocrisia, che i giovani hanno degli ‘occhi che parlano’, solamente quando vediamo sgorgare da essi lacrime desolate e disperate per la morte di un amico, schiantatosi con l’automobile o scoppiato per droga, magari ascoltando Il cantico dei drogati di Fabrizio de Andrè (“… quando scadrà l’affitto / di questo corpo idiota / allora avrò il mio premio/ come una buona nota./ Mi citeran di monito / a chi crede sia bello / giocherellare a palla / con il proprio cervello, / cercando di lanciarlo / oltre il confine stabilito, / che qualcun ha tracciato / ai bordi dell’infinito.”); o suicida.
Ma presto si stende la coltre della rimozione: molti adulti, virtuali o cinici – tanto ai loro figli non accadrà -, continueranno ad evitare quegli sguardi; guarderanno altrove sopra intorno in basso oltre a lato, non negli occhi, o chiuderanno del tutto i propri, per non subire turbamenti o sensi di colpa; ma restano quegli occhi di rimprovero proiettati nel vuoto, perché non incontrano altri occhi con cui comunicare. Invece da quel dolore vero, profonda ferita ed esperienza reale, si dovrebbe partire, per agganciarli alla storia, per farli riflettere sul senso e l’importanza della vita, sulla morte e sulla nostra precarietà e fragilità naturale: non facendo questo, gli si insegna a glissare sui problemi, a schivarli, a trasformare il reale in virtuale, ad autodistruggersi.
Un detto popolare dice: “Ogni vita ha la sua scusa” (quindi, anche ogni morte?). “Scusa”: Giustificazione? Destino? cinicamente: ”Chi è causa del suo mal pianga se stesso”? Determinismo biologico? Cazzi suoi? Mi viene il dubbio che proprio nella vecchia società contadina, tanto oleograficamente rimpianta, si possa ritrovare l’incubazione degli spermatozoi del cinismo individualistico e della abdicazione alle responsabilità verso gli altri dell’attuale società.
Anch’io mi porto dentro la ferita d’uno sguardo incompreso, di aver trascurato un giovane sguardo che pareva di sfida e disprezzo ed era invece una richiesta di aiuto; il rimprovero per aver interrotto, non per volontà ma per contingenze storiche, un dialogo, anche se discontinuo, fecondo, che a quel giovane dava in parte, pur nella lontananza, quel famoso “centro di gravità”.
L’ho rivisto, invece, poco tempo dopo, disteso sul tavolo dell’obitorio del cimitero di Udine e, se ne accenno ora, non è per senso di colpa, anche se mi rode non aver capito, ma per mettere in guardia gli adulti contro le disattenzioni agli sguardi dei giovani che chiedono aiuto; quando quegli occhi sono spenti dal sigillo della morte, siamo tutti dei perdenti e tutti ci portiamo un vuoto dentro, anche se la fantasmagorica società delle immagini e della corsa al successo e al danaro reclude presto le proprie responsabilità dentro la cinta murata cimiteriale.
Pensavo a mille cose, quasi come autodifesa dal dolore od esorcismo e fuga dalla stesso, mentre contemplavo atono l’esanime corpo nudo coperto solo dai boxer colorati di colui che, ormai solo cadavere salma spoglia, era stato un giovane molto alto snello muscoloso, bello, disteso sul marmo del tavolo dell’obitorio, gli occhi chiusi come in un sonno, le palpebre non parevano ancora sigillate dalla nera ceralacca della morte, e le carni chiare, sulle quali si diffondeva inesorabile e incurante il giallo cinereo prima della cianosi, che a macchie rivelava in superficie il sudario della omicida decomposizione interna. Riflettevo sui nomi, che si danno al morto: cadavere come caduta; salma, di derivazione greca, soma, peso, quindi l’anima che si libera dell’armatura pesante del corpo; spoglia, cristianamente rimane solo la veste mortale che ricopre l’anima immortale, per questo, nella cultura cattolica, lo si definisce ‘corpo esanime’, ex anima, privato dell’essenza vitale; ‘defunto’, de-fungi, abbandonare la propria funzione; defunctus vit, significava che aveva esaurito, compiuto il tempo della vita. Arzigogolìo etimologico come diversivo e fuga dalla crudezza del vero. Non riuscivo assolutamente ad accettare quella definitiva ineludibile realtà; ma la verità non occorre andarla a cercare, perché ti viene incontro con la violenza d’un cazzotto. Il giovane custode, più o meno della stessa età del suicida, piangeva e si disperava di una tale morte; io, come se avessi guardato in volto Medusa, ero pietrificato…
“Mira ed è mirata”; guarda ed è guardata, scriveva Leopardi della gioventù recanatese la sera del dì di festa; nella reciprocità degli sguardi, della comunicazione sta anche la felicità, ma soprattutto quella rete solidale di amicizia e amore, che dà un significato forte all’esistenza individuale; per chi, invece, come Giacomo, si trova ad essere solo un lanciatore di sguardi nel vuoto, senza incontro e ritorno, la morte diventa mitico sogno della fine di ogni sofferenza o di ricerca di una vita diversa, “ da lassù”. Com’era accaduto a lui, il cui sguardo non avevo capito. Però, da allora, mi si è insediato dentro il dubbio se questa storia si meriti una vita.

remo brunetti
30 novembre 2011, 09:50

Un salût a luca Marin e a ducj i letôrs di chest blog. Come tancj di lôr, ancje jo mi soi interessât al compuartament di chê part di societât, definide zone blancje o zone grise, che par pôre o par convenience o par rufianâsi miôr cul podei, no si impace tes cuestions publichis. E alore vuei un articul di gjornâl, doman la pagjine di une riviste, passan doman la recension di un libri su cheste cuestion, plan planin ‘o ai jemplât une cartele che cumò a è biele sglonfe. Par chest mi pâr di podei dî che la zone grise a è fie di aministrazions o regjims autoritaris o mafiôs, là che i citadins no son garantîts nè tai lôr dirits, nè in ce che al rivuarde la lôr sigurece sociâl.La zone grise nus conferme che in cheste republiche i reazionaris a àn vint e che i biei e nobii articui di fonde de nestre Costituzion a son considerâts nujaltri che dai biei principis ma che no si è obleâts a metiju in pratiche. La zone grise, invessit no esist ta chei paîs dulà che a son aministrazions pardabon democratichis, là che i citadins, cuant che a esprimin un lôr parei a vegnin scoltâts, e la lôr volontât tignude in considerazion.

maremonti
30 novembre 2011, 10:59

Zona Grigia è nella quale inconsciamente ci siamo rifugiati per difenderci dalla perdita di “cittadinanza” in una Unione Europea fondata esclusivamente per la sua STRUTTURA ECONOMICA, dove la storia e la cultura dei vari popoli partecipanti è stata volutamente distrutta o quanto meno emarginata.

Se i fondatori di questo scempio, GLI ARCHITETTI DELL’EURO, si fossero ricordati che le nazioni sono portatrici di cultura, avrebbero corso il rischio di considerare l’EURO come un progetto irrealizzabile, come infondo si è rivelato da sempre ma che è esploso davanti a tutti proprio in questi giorni.
L’impotenza però a trovare autonomamente una soluzione, ha fatto precipitare i cittadini nella cosiddetta Zona Grigia, dove l’incapacità di reagire si tocca tutti i giorni nell’inaridimento dei valori, che si registra nell’educazione in ambito familiare come pure nell’insegnamento scolastico, con grave danno delle nuove generazioni e perdita di credibilità per quelle vecchie.

Abbiamo praticamente trascorso questi ultimi anni di ubriacatura Europea, ad idolatrare il multiculturalismo, che ha avuto un effetto distruttivo della nostra autostima italiana, facendoci persino prendere in giro le cose che sono state importanti per i nostri genitori e i nostri nonni, mentre invece avremmo dovuto essere orgogliosi di cosa sono riusciti ad ottenere in passato, quale preziosa eredità da difendere, PIUTTOSTO CHE COME UN PRIVILEGIO DI CUI VERGOGNARCI.

Io penso che dovremmo recuperare ogni traccia residua di sentimento nazionale, tornare ad insegnare lo spirito della frontiera, la fedeltà alla nazione, facendo riprendere a battere il cuore della nostra cittadinanza.
Solo così potremmo recuperare ogni forte, giusta e solida ragione, per tornare ad essere vera e necessaria partecipazione, con conseguente abbandono della cosiddetta ZONA GRIGIA.

E’ la cultura a dover determinare l’economia, non il contrario, e da questa si parte, per il rispetto della legge che noi abbiamo voluto e per l’etica familiare . Aprirò senza dubbio a chi bussa alla mia porta, ma chi entra non potrà pretendere che io mi vergogni di avere una sedia anche per lui, né che io dimentichi cosa mi è stato tramandato, perché la mia cittadinanza è sacra come pure tutto ciò che ci rende diversi.

Dovremmo gioire se questa fantomatica ma purtroppo reale Unione Europea naufragasse. Personalmente ne sopporterei i disagi economici che ne potrebbero derivare, ma i privilegi di sapere su cosa potrei dopo contare, mi rendono ricco, ottimista e felice. …altro che ZONA GRIGIA.

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