Riceviamo e pubblichiamo l’intervento scritto da Marco Craighero (Coordinatore provinciale Giovani Comunisti) sul tema del rapporto tra giovani, passato, futuro e politica, introdotto dalla riflessione di Edoardo Quaglia pubblicata su questo sito.
Stimolato dall’interessante articolo di Edoardo, scrivo anche io queste righe di risposta, cercando di focalizzare la questione del rapporto nuove generazioni – passato – futuro tramite quello che è il mio punto di vista.
Pur riconoscendo il fatto che la nostra generazione sia una generazione di trapasso trovo molto pericoloso sorvolare in maniera superficiale e sbrigativa, quasi come fosse questione morta e sepolta, sui grandi ideali che nel secolo passato hanno riempito i cuori di tanti giovani dandogli una speranza e un motivo per il quale mettersi in moto e prendere parte attiva nella società.
Speranza che spesso è sfociata nelle grandi rivoluzioni, che nell’articolo “Passo Zero” vengono inserite, con accezione negativa, nello stesso calderone di guerre e campi di sterminio; quando invece andrebbe fatta attenta distinzione tra la rivoluzione in se e le degenerazioni seguenti, poiché se la rivoluzione è l’atto estremo con cui un popolo grida la sua volontà di libertà, giustizia e dignità, non si può paragonare questo atto a quanto successo in certi casi, in cui la speranza rivoluzionaria è stata tradita dall’instaurarsi di una situazione di oppressione che nulla ha da spartire con le premesse iniziali. Inoltre sottolineerei che pure la nostra società è in qualche modo figlia di una rivoluzione, che dal 1789 provocò notevoli sconvolgimenti sotto il profilo politico, sociale e culturale.
Noi ragazzi nati dopo il “Muro”, nel momento in cui abbiamo deciso di abbracciare un’idea, abbiamo dovuto necessariamente fare i conti con gli elementi peggiori del suo passato, dai quali dobbiamo prendere le distanze, ma dei quali dobbiamo anche fare tesoro proprio per poter evitare che vengano ricommessi certi errori. Chi mi conosce, sa che non sono uno di quei ragazzi indottrinati, pieni di dogmi e certezze, che usano un linguaggio che potrebbe avere appeal solo su un ottantenne; sanno quanto io cerchi di svecchiare la cultura che ho fatto mia, di evidenziarne gli aspetti più attuali abbandonando ciò che c’è di arcaico e cercando di rimodellare un’idea nata in un altro secolo al secolo nostro, criticando sempre chi vi si approccia col “torcicollo” e senza alcuna lungimiranza. Questo per dire che, nonostante non ci si debba fossilizzare totalmente sul passato, se i valori di base sono buoni, non c’è motivo di buttare tutto a mare solo perché il modo in cui ciò veniva espresso inizialmente non è più esprimibile negli stessi termini ai giorni nostri o perché certi esperimenti non sono giunti a buon fine: si finisce per gettare il bambino con l’acqua sporca!
Questa tendenza è dettata dal cosiddetto “pensiero unico” che ha iniziato a imperare proprio da quel ormai lontano 1989. Certamente quel Muro l’avrei picconato anche io se fossi stato presente in quegli anni, poiché era segno di limitazione della libertà, proprio quello contro cui chi abbraccia i miei ideali dovrebbe battersi! Ma riconosco anche che da quel giorno è improvvisamente svanito quel contrappeso che permetteva un riassetto equilibrato della nostra società, lasciandoci questa continua tendenza al nuovo, questa maniacale ricerca del moderno, che cancella di botto tutto ciò che era stato prima.
E che cos’è questo “riformismo modernizzante” che cancella le ideologie, se non esso stesso una grande ideologia? E’ “l’ideologia della non-ideologia”, che ci vuol far credere che ciò che è passato è vecchio, brutto e cattivo, mentre si deve pensare al futuro tramite qualcosa di nuovo e bello, che però, a ben pensarci, non ha mai connotazione certa; e se gli togliamo il grande velo di ipocrisia altro non è che l’ideologia del liberismo, ovvero quel pensiero unico che afferma la libertà ma che di libero ha ben poco oltre alla possibilità di poter scegliere una serie di prodotti su uno scaffale, e che ci ricorda quella frase di una canzone di Gaber che diceva: “tutti suonano come vogliono e ognuno suona come vuole la libertà”.
Questo per dire quanto sia pericoloso gettare allo stesso modo quello che i nostri padri hanno combattuto e gli ideali che han accompagnato proprio alcuni dei nostri padri in quella lotta; ideali tra l’altro che hanno contribuito a dare i natali a quella Costituzione di cui appunto siamo figli.
Eppure questo nuovo modello dominante è riuscito perfettamente nel suo intento, nel lasciare senza punti di riferimento un’intera generazione, che vedendo per la prima volta un futuro peggiore di quello della generazione precedente, si trova disorganizzata, impotente e senza punti di riferimento, spesso totalmente rassegnata all’idea di non poter far niente per migliorare lo status quo.
Una generazione oppressa dalla piaga della precarietà, che cancella ogni certezza riguardo al domani, costringendoci a vivere nell’insicurezza e nella paura. Una generazione a cui si sta togliendo dalle mani la cultura e il sapere critico, facendo ricadere sul mondo dell’istruzione e su noi giovani una crisi che non abbiamo causato, permettendo così di arricchire ulteriormente i veri colpevoli. E se queste sono le premesse hanno un bel coraggio a guardarci in faccia e dirci: “ah ragazzi! Voi siete il futuro!” Che futuro? Un futuro di ricatti e di obbedienza incondizionata? Essere costretti a dire sempre si e piegarci a ogni pretesa di chi ci comanda per non rischiare di restare in mezzo a una strada? Non è questa la via per far si che noi possiamo essere il futuro tanto sbandierato. Non è questo il modo di consegnare il futuro nelle nostre mani.
Ma per fortuna, anche in questa generazione si vede qualche segno di speranza: nei mesi scorsi ho potuto vedere nelle piazze la rabbia di chi non avrà un futuro degno delle sue aspettative, l’innocenza di chi ha un cassetto pieno di sogni ma non ha la chiave per poterlo aprire, “l’illusione” di chi aspira a un mondo migliore di quello che si ritrova di fronte.
Ed è proprio da qui che dovremmo ripartire, perché se come detto di lavoro da fare ce n’è, chi già a vent’anni ha perso la speranza, dovrebbe guardare a quei suoi coetanei che ancora credono che qualcosa sia possibile, per riprendere la carica e l’energia necessaria a rimettersi in gioco. Non importa se chi prende le decisioni non ci ascolta, non importa se ci reputano un problema anzi che una risorsa; noi dobbiamo insistere, perché la forza di noi giovani sta proprio nella nostra sfacciata caparbietà. Cos’è un ragazzo se a vent’anni non ha un sogno per cui lottare?
Uno slogan diceva: “siamo realisti, esigiamo l’impossibile!”: ecco questo dovrebbe essere il senso, il leitmotiv, di un giovane che vuole abbracciare i suoi desideri; puntare sempre al massimo. Perché l’importante è puntare, puntare alto per riuscire ad ottenere un mattoncino da cui partire per costruire la casa dei nostri sogni. E non importa se ci diranno che siamo degli illusi o degli utopisti! Una storiella diceva che l’Utopia è li, come l’orizzonte, tu cammini e lei si sposta… e allora a cosa serve l’Utopia? Serve a camminare. Quindi non lasciamo che uccidano i nostri desideri all’interno di uno schema preconfezionato; camminiamo, reclamando a testa alta un futuro all’altezza dei nostri sogni!
Marco Craighero
(Coordinatore provinciale Giovani Comunisti)



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