“Chi teme l’anonimato ha paura di essere messo in discussione”. Intervista a Luca Sartoni su blog, post, past, commenti, social network e internet

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Luca Sartoni durante l'esposizione di un Ignite (discorso di 5 minuti basato sulla proiezione di 20 slide) dal titolo "diventare guru in 10 mosse" a Toscanalab (foto: Alberto Moschini)

Luca Sartoni, 30 anni, è Team Leader, Social Media and Online Marketing presso 123People a Vienna, sito che ti aiuta a trovare persone in tempo reale; soprattutto è un profondo conoscitore dei social media. Un guru, come si dice. Una persona che sul mondo del web ha un sacco di cose da dire e sa farlo con competenza, schiettezza e rigore.

L’ho intervistato per sottoporgli alcuni interrogativi emersi anche da commenti su Carnia.La, sui quali io stesso voglio saperne di più, consapevole che un parere qualificato aiuterà me e la comunità di lettori ad avere più strumenti a disposizione nella quotidiana frequentazione del nostro sito.

Sei favorevole all’anonimato in rete, in particolare nei commenti a notizie che appaiono su blog e siti come Carnia.La?

Sono molto favorevole all’anonimato in rete e credo che sia un valore che andrebbe protetto. Riguardo ai commenti sui blog, ritengo che l’anonimato sia importante ma allo stesso tempo l’editore del blog dovrebbe scegliere quali commenti possano dare valore alla propria pubblicazione e quali invece siano da eliminare. Non come atto di censura ma come ricerca della qualità.

Un nostro lettore ha scritto che “vietare l’anonimato o comunque stigmatizzarlo sia in qualche modo lesivo della libertà di pensiero e di espressione”, concordi?

Si sono d’accordo.

Perche consideri l’anonimato in rete un valore?

L’anonimato è un valore perchè permette di superare la censura e la paura nei regimi autoritari. Sempre tenendo conto che è impossibile bloccare l’informazione online non c’è alcuna ragione per temere l’anonimato, tranne per coloro che hanno paura di essere messi in discussione.

L’articolo che ha suscitato più commenti su Carnia.La è quello che riporta la cronaca di un’accesa seduta di consiglio comunale: questo forse perché mai prima i cittadini di Tolmezzo avevano visto i video del consiglio comunale o potuto dibattere confrontandosi direttamente con gli amministratori, come succede oggi sul sito. La politica in chiave locale pare quindi “tirare” molto. Lo trovi strano in rapporto alla tua esperienza in chiave nazionale e internazionale?

No, credo che sia un fenomeno molto prevedibile. Non c’è più alcuna ragione per aver timore di essere iperlocali nella cronaca. Il fatto che si utilizzi un mezzo di comunicazione globale è assolutamente insignificante. Se un telegiornale nazionale parlasse esclusivamente di un piccolo paese di montagna non riuscirebbe a coprire i costi ma attraverso il web è possibile farlo. Chiaramente l’abilità sta nel trovare il giusto equilibrio per essere sostenibili.

Da guru di social network, ti occupi anche di reputazione digitale. In pratica le azioni e le impronte che lasciamo in rete ci seguiranno all’infinito, ma pare che soprattutto le giovani generazioni, i nativi digitali, facciano spallucce e pubblicano senza problemi foto e scritti che solo dieci anni fa sarebbero stati considerati sconvenienti, se non compromettenti. Siamo ciò che postiamo. E saremo ciò che avremo postato. Lo ritieni un bene e che consigli fornisci a chi vuole tutelare la propria reputazione digitale?

Quello che finisce online resterà per sempre. Indipendentemente che lo si pubblichi su un blog pubblico o su un profilo privato di un social network. Quindi bisogna sempre pensare prima a quello che si sta facendo. Ovviamente nel tempo la nostra morale mediatica sta cambiando e se pensi a come venivano visti i tatuaggi 30 anni fa, e come vengono visti oggi, è facile capire che le foto sul profilo facebook non saranno così scandalose come lo possono essere oggi, tra altri 5 anni.

Ma allo stesso modo dei tatuaggi, dipende sempre da buongusto ed eleganza nel fare le cose.

Luca Sartoni

Penso che i quotidiani su carta moriranno semplicemente perché sono al di fuori dal modo in cui oggi ci scambiamo le informazioni: internet. (Più facile linkare una informazione che voglio trasmettere, piuttosto che ritagliare la medesima scritta su carta o catturarla con lo scanner e girarla) Sei d’accordo?

La carta non è più il mezzo più pratico ed economico per distribuire notizie. Invecchia rapidamente, non è interattiva, è costosa da produrre e da distribuire. Ci sono mezzi di trasporto per le notizie molto più pratici. Non significa però che debba scomparire. Io credo che resterà com’è restata la radio e sono restate le carrozze. Avrà un ruolo diverso nella nostra vita.

Lo stesso penso che varrà anche per la televisione, scomoda perché non mi consente di condividerla (intendo condividere un programma o un suo spezzone) se non usando internet, mezzo che mi permette soprattutto, di guardare i contenuti quando e dove voglio?

La TV sta evolvendo, non si sa ancora in che direzione ma certamente cambieranno molte cose.

Sto redigendo un manifesto di valori della comunicazione partecipata che introduce una pratica di trasparenza sconosciuta, per lo meno sulla carta stampata ma penso anche su internet, almeno in Italia: “Negli articoli che trattano incidentalmente di inserzionisti presenti o passati, bisognerebbe avvisare il lettore con apposita nota disambigua a piè di pagina, che dirà che si sta scrivendo di chi per altri motivi ha fornito pubblicità”. Che ne pensi?

La convivenza pubblicità/notizia è presente sin dell’origine delle notizie stampate. Non credo che basti una nota a pie pagina per risolvere il conflitto. Secondo me l’unica soluzione è dare al lettore la massima qualità informativa cercando di essere molto onesti e integri.

Digital divide. Sull’ultimo numero di Wired Italia, Rodotà ha proposto di inserire il diritto di accesso a internet nella Costituzione. Ritieni che per zone montuose come la Carnia la politica debba intervenire per favorire la diffusione della banda larga altrimenti antieconomica per i gestori?

La proposta di Rodotà, appoggiata da Wired è molto interessante. Ho avuto modo di sentirla esporre da Rodotà in persona e mi trova d’accordo. Credo che però il nostro paese soffra di una carenza culturale all’uso della rete, più che una carenza infrastrutturale che, per carità, è presente, ma non giustifica la totale arretratezza del settore online.

mercoledì 8 dicembre 2010
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 24 Commenti

bendoc
8 dicembre 2010, 12:33

“è impossibile bloccare l’informazione online, non c’è alcuna ragione per temere l’anonimato, tranne per coloro che hanno paura di essere messi in discussione”… concordo, quoto e confermo.
Chi cerca di individuare l’anonimo lo fa perché ha paura di lui, delle sue idee, del suo sapere… ma anche perché stiamo assistendo all’evoluzione verso un totalitarismo che richiede omologazione, la vera rivoluzione, la vera originalità è essere se stessi, anche se “anonimi”.
In passato chi ha cercato di individuare chi sta dietro il mio pseudonimo poi è passato a “velate minacce” on line, perché il dissenso deve essere messo a tacere. Mi sembra che quelle persone ora tacciano sul blog e altrove, io no!

Alessio
8 dicembre 2010, 13:07

D’altra parte tra i premi Nobel che vorrebbero “cancellare” l’anonimato in rete, senza sapere neanche di quello che stanno parlando, in Italia possiamo annoverare gente tipo Gabriella Carlucci.

Adriano
8 dicembre 2010, 14:43

Io non sono d’accordo, invece. Non contesto l’anonimato che esprime idee contrarie delle mie e confuta le mie pesantemente. A me non piacciono i troll cioè coloro che, a prescindere, entrano nel blog, criticando la persona, al limite della diffamazione. Non raccontatemi che vogliano mettere in discussione le idee di una persona. Lo schiaffo del soldato era un gioco deficiente, ma lo si faceva per ridere e coscienti. Mollare una sberla a chi sta sotto e poi alzare, assieme agli altri, il ditino, per non essere identificati, può essere divertete dopo una certa ora e fra amici.Però non fatelo assurgere ad una dimostrazione di libertà di comunicazione

de prato renzo
8 dicembre 2010, 14:47

Bendoc non ti ho mai minacciato,ora che so chi sei e quanto dai alla collettività puoi restare anoimo e metterci in discussione,se taccio sul blog perche velatamente minacciato,altrove parlo,partecipo,dibatto,organizzo,lavoro piu di te e molti anonimi che sputtanano sul blog

8 dicembre 2010, 18:14

Molti i temi affrontati nel pezzo, ma x il momento anch’io mi soffermo sulla questione dell’anonimato.
Ognuno fa quello che crede; resta il fatto che non siamo in “regime totalitario” (come dice l’intervistato), quindi che paura puoi avere a firmarti?
Non certo quella di ritrovarti una pallottola in fronte o dei figuri incappucciati che ti aspettano sotto casa; al massimo ti contesteranno verbalmente la prima volta che ti incontrano al bar o per strada.
In secondo luogo, come dice Adriano, in questo blog non pochi sembrano preferire l’anonimato x poter meglio disturbare, offendere, attaccare personalmente, fare una “sparata”…
E allora non va bene per niente

GG
8 dicembre 2010, 19:17

L’anonimato usato per offendere,insultare… è sempre e comunque un comportamento da vigliacchi.
Se poi come leggo, gli anonimi anche si conoscono fra di loro, direi che non hanno bisogno del blog per le loro beghe personali.
L’anonimo che fa proposte costruttive invece, può tranquillamente continuare a rimanere anonimo.
Sta alle persone che sono in grado di intendere e sopratutto di volere, tradurre queste “anonime” proposte in qualcosa di utile per tutta la Carnia e non solo per qualcuno, come hanno fatto finora.

bendoc
8 dicembre 2010, 19:22

Al di là del tecnicismo la legge consente l’uso dello pseudonimo, anche se non si esprime sul suo uso nel blog come sistema di anonimato.

Codice civile – Delle persone e della famiglia I
Art. 9 Tutela dello pseudonimo
Lo pseudonimo, usato da una persona in modo che abbia acquistato l’importanza del nome, può essere tutelato ai sensi dell’art. 7.
Art. 7 Tutela del diritto al nome
La persona, alla quale si contesti il diritto all’uso del proprio nome o che possa risentire pregiudizio dall’uso che altri indebitamente ne faccia, può chiedere giudizialmente la cessazione del fatto lesivo, salvo il risarcimento dei danni (2563).
L’autorità giudiziaria può ordinare che la sentenza sia pubblicata in uno o più giornali.

Per me Carlo D’avolio e Adriano online non sono nessuno, sono delle idee espresse su un video.

Adriano
8 dicembre 2010, 20:41

D’accordo sul fatto di essere solo le idee che esprimo su questo blog e ribadisco che non mi interessa l’anonimo che dice esattamente il contrario di quello che dico io, anche in maniera accesa. Contesto le offese gratuite o, peggio, calcolate. Poi se permetti l’art 9 parla di pseudonimo che assume importanza di nome, esempio classico ” Marco” Panella che di nome fa Giacinto, ma è comunque riconoscibile, anzi lo è di più con lo pseudonimo

idvtolmezzo
8 dicembre 2010, 22:04

sembra fatto a posta per alcuni frequentatori di questo blog!
a me personalmete va bene che ad ogni mio commento ci sia sempre molto da ridire, attaccare e persino offendere, pichè una buona o brutta pubblicità è sempre pubblicità;
ma credo non sia dignitoso nei confronti di TUTTI coloro che seguono questo rispettato blog, che seguendo un argomento interessante non hanno la possibilità di approfondirlo seguendo i vari punti di vista, ma devono beccarsi tutti i commenti fuori tema dei soliti “anonimi”.
ed in particolare mi riferico a : GIO o GIORGIONE, l’URBANISTA, ecc. ecc..
Io personalmente vi ringrazio ma rispettate anche le altre persone di questo blog che magari non hanno alcun interesse ai vostri commenti (ripeto) ASSOLUTAMENTE FUORI TEMA.

Chi fa politica dovrebbe smettere di occuparsi dei gossip, ed iniziare a pranzare nelle case di chi li ha votati.
Forse capirebbe molte più cose di quelle che oggi crede di sapere.
– Antonino Gatto

Francesco Brollo
9 dicembre 2010, 00:30

Penso che l’apporto di Sartoni sia importante perché aggiunge elementi alla discussione. Io stesso sull’anonimato non ho un’idea precisissima. Difendo strenuamente la libertà di espressione, come dovrebbe trasparire nello spazio “commenti” (dove non fanno notizia dato che non compaiono – perché li ho cancellati – gli interventi offensivi), mi accorgo però che questo porta alcuni a decidere di incanalare il confronto su attacchi personali. Ecco, non ho ancora capito se questo sia da considerarsi un prezzo necessario da pagare alla libertà. Il fastidio per i colpi bassi che ogni tanto volano viene per fortuna mitigato dai diversi apporti di idee e confronto che qui mi arricchiscono quotidianamente, spesso anch’essi anonimi.

Manuel Cacitti
9 dicembre 2010, 09:05

[...] Credo che però il nostro paese soffra di una CARENZA CULTURALE all’uso della rete, più che una carenza infrastrutturale che, per carità, è presente, ma non giustifica la TOTALE ARRETRATEZZA DEL SETTORE ONLINE. [...]

Rock on! ;-)

9 dicembre 2010, 11:39

io sono contro l’anonimato online perchè porta inevitabilmente a deresponsabilizzare l’autore di un’opinione o di una cronaca.
questo è ben visibile su molti siti, a partire da http://bora.la che gestisco da un po’ di anni.
tra quelli che commentano con nome e cognome, non c’è mai un insulto o un’insinunazione non fondata.
sicuramente, invece, tra quelli che commentano anonimi ce ne sono diversi che considerano i propri testi e quelli degli altri come un gioco (nel migliore dei casi) e come una rissa (nel peggiore).
del resto la comunità online più di successo e che dà visibilità al massimo delle nostre intimità è una comunità in cui tutti, in sostanza, pubblicano sè stessi col proprio nome e cognome: facebook.

altra cosa, ovviamente, è il discorso riguardante la libertà d’informazione e, quello specifico, della tutela delle fonti giornalistiche. nel primo caso generale, non credo che in italia abbiamo problemi sulla libertà di parola online (altro si può dire per la tv). nel secondo caso, invece, credo sia importante per un giornalista online (come già accade per altri media) che il giornalista possa salvaguardare l’anonimato delle proprie fonti. badate però che in questo caso la legge italiana, e a ragione secondo me, dà tutte le responsabilità legali sul testo a carico del giornalista che pubblica contenuti tratti da fonti anonimizzate.

marco
9 dicembre 2010, 17:20

@ enrico maria milic

Dato che Lei gestisce il blog http://bora.la e sostiene che tra chi commenta con nome e cognome non c’e’ mai un insulto o una insinuazione se non fondata, mentre per chi interviene in maniera anonima, il problema c’e', non vedo chi Le impedisce di rimuovere i commenti che ritiene lesivi o addirittura di vietare l’accesso a quegli indirizzi IP che si son ripetutamente “distinti” per comportamenti scorretti.

Ricordo poi, che anche colui che decide di mantenere l’anonimato, in realtà tramite appunto l’indirizzo IP, anonimo proprio non lo è per nulla, nel caso in cui debba esser chiamato a rispondere di certe affermazioni ritenute lesive e/o diffamatorie.

Scomodando wikipedia leggiamo infatti (per chi non lo sapesse) che:

“Un indirizzo IP può essere visto come l’equivalente di un indirizzo stradale o un numero telefonico riferito a dispositivi collegati ad una qualsiasi rete telematica. Infatti, così come un indirizzo stradale o un numero telefonico identificano rispettivamente un edificio o un telefono, un indirizzo IP identifica univocamente uno specifico computer o un altro dispositivo all’interno di una rete.”

Quindi, il problema dell’anonimato in rete secondo me è un falso problema o lo è veramente solo per quelli che, – come detto bene il Sig. Sartoni – hanno paura di essere messi in discussione.

Io potrei aver scritto queste righe firmandomi anche come Chillemi Marco per es. (cognome inventato) e averLa diffamata e riempita di insulti, ma Lei, sentendosi giustamente leso e reclamando giustizia, avrebbe comunque la possibilità di rintracciare fisicamente chi sta dietro l’utente Chillemi Marco. Quindi Le chiedo…il problema qual’e'?

Un indirizzo IP può essere visto come l’equivalente di un indirizzo stradale o un numero telefonico riferito a dispositivi collegati ad una qualsiasi rete telematica. Infatti, così come un indirizzo stradale o un numero telefonico identificano rispettivamente un edificio o un telefono, un indirizzo IP identifica univocamente uno specifico computer o un altro dispositivo all’interno di una rete.

marco
9 dicembre 2010, 17:23

Chiedo scusa per le ultime 6 righe ripetute senza motivo, dato che devo aver pasticciato col “copia e incolla” non accorgendomi della cosa…

9 dicembre 2010, 18:17

@ Marco

purtroppo l’esperianza insegna che le cose, di fatto, non hanno una ricaduta così evidente come lei la delinea.

è vero che ogni autore di testi online è associato a un ip. questo però non rende quell’autore responsabile o così facilmente gestibile così come lei prefigura. spiegherò perchè.

1) la responsabilità di un autore di testi online ha a che fare prima di tutto con la percezione di quanto uno, cioè quell’autore di testi online, si sente responsabile di quello che scrive. la gran parte dei comuni cittadini che (grazie a dio) scrivono su internet rendendo più democratica la nostra società NON sono a conoscenza di quanto lei scrive. ovvero, in esempio: la gran parte dei commentatori di bora.la quando scrive non si rende conto che è perseguibile legalmente per quanto scrive. e questa percezione diffusa vale certamente per tutti i siti comunitari.

2) il fatto di metterci la faccia (nome e cognome) obbliga chi scrive a dare un peso specifico a quel testo. il peso di una conversazione online realizzata da persone che si firmano non-anonimamente mi pare abbia lo stesso peso, ‘serietà’ se volete, di un confronto verbale faccia a faccia, dal vivo. ognuno si prende la propria responsabilità di individuo fino in fondo. è facile vedere come molte discussioni online fatte da persone anonime trabordino spesso nel ‘gioco’, nello sfottò al limite del rispetto, nella boutade, nelle esagerazioni, per non parlare in casi più rari ma comunque esistenti di insulti, infamie, ecc. sia chiaro: il gioco è una cosa bella e vitale, ma non sono certo che in contesti di commento della cronaca sia così sensato (certamente per i problemi al punto 3, direi).

3) anche il capitolo di moderazione e censura da parte dell’editore non è, de facto, così come lei lo delinea. su siti con un certo traffico di commentatori (e http://bora.la fa parte di questi, per fortuna) innanzitutto per l’editore diventa difficile gestire decine (o in altri casi centinaia o migliaia) di persone che abitano il sito, seguendo quanto viene detto da ogni persona. inoltre, gli utenti-commentatori si connettono spesso da ip diversi (per ragioni tecniche o pratiche): questo fa sì che non si possa bandire per sempre quell’utente, come lei farebbe credere.

10 dicembre 2010, 10:07

Sto seguendo questa discussione che trovo molto interessante. Vorrei ringraziare tutti per il contributo che state offrendo. :)

bendoc
10 dicembre 2010, 18:55

La prima cosa che viene richiesta all’iscrizione di un social network, sito o altro è NICKNAME, non name, non address, ma nickname: “nome fittizio con il quale l’utente interagisce in rete al posto del suo nome reale”.
Questo rende diverso il mondo reale da quello virtuale, ed è la prima regola dell’interazione virtuale.
Il nome fittizio non rende tale il pensiero, il concetto o l’espressione ma solo la persona fisica che la esprime. In rete conta l’idea, la frase, l’interazione, non la persona fisica.
Chi interagisce online non può pretendere che si applichino le stesse regole del mondo reale, anche se poi in tema di intimidazioni, offese, minacce o altri reati la giurisprudenza è tutt’altro che virtuale, benché sia materia nuova, ancora in studio ed evoluzione.
Il nickname nega l’identità reale per affermarne una virtuale, che è l’unica rilevante sul web, sia che si tratti di interazioni, giochi o discussioni.
Il termine “persona” in greco non significa solo individuo, ma anche maschera (dell’attore), e in latino riporta ancora alla maschera dell’attore. Per cui anche nel mondo reale la persona è una maschera che serve all’individuo per “manifestare”, per parlare attraverso (come in latino per-sonare, infatti la maschera era necessaria per amplificare la voce dell’attore nel teatro). Anche il nickname ha la funzione di per-sonare.
Temo che la paura dei più, così come ho rilevato in Carnia.la è la questione delle offese, insulti….
La questione è alquanto diffusa nella vita reale, tanto che spesso si sente e si dice “ti denuncio” o “ti querelo” … se non ritiri quello che hai detto. E’ diventata una costante nelle discussioni concitate perché non siamo più in grado di “dialogare” ma solo di “litigare”, e gli esempi si sprecano.
Denunciare o querelare un nickname sembra impossibile, per cui si pretende un identificazione anagrafica precisa, non per dare valore alle idee ma solo alle possibili conseguenze!
Discutere sull’utilità di creare un nickname e il significato per la persona reale è questione complessa, esiste anche una Cyberanalyst, la dott.ssa Sherry Turkle, che insegna al MIT, che sostiene che la creazione di uno o più nicknames consente di esprimere diversi lati o aspetti della propria personalità, ma io già capisco poco di psicologia (e stigmatizzo il suo uso “filosofico” e non scientifico), figurarsi di cyberpsicologia.

Lorencobop
11 dicembre 2010, 01:35

Where is admin?!
Hope for answer

11 dicembre 2010, 18:13

La soluzione è una sola, a mio avviso, e si chiama Netiquette.
Se questa impone, comunque, di evitare i commenti ingiuriosi,offensivi, fuori tema e/o disturbanti, a maggior ragione ritengo che tale insieme di regole valga nel caso in cui si scelga l’anonimato e ci si rivolga a qualcuno che anonimo (causa dimensioni ridotte della nostra comunità) ha deciso di non essere.
D’altro canto,è pure vero che, come nella vita reale (e questo dimostra come i 2 piani non siano completamente separabili, come lascia intendere Bendoc), alle volte una discussione degeneri in attacchi personali perchè il proprio interlocutore non è in grado di replicare a dovere alla questione che gli viene posta; quindi, ben venga l’anonimato se serve ad evitare questo “giochetto” tipico di chi, appunto, teme di non avere argomenti.
Ma l’educazione, ribadisco, deve prevalere su ogni altra cosa.

13 dicembre 2010, 12:38

@ bendoc

il social network per eccellenza è facebook ed è quello che funziona di più, dati alla mano. lì, il 98% degli utenti attivi si iscrive e naviga con il proprio nome e cognome, non con il nickname.

13 dicembre 2010, 12:39

@ bendoc

il libro di sherry turkle, fighissimo tra l’altro, è basato su della ricerca condotta all’inizio degli anni ’90…. un altro mondo digitale rispetto al nostro…

marisa
13 dicembre 2010, 16:19

In Facebook c’è un profilo con il mio nome e cognome “REALE” …..ma NON SONO IO!

Del resto mi è anche capitato di ricevere, PER ERRORE, una e-mail da una persona molto cortese che mi inviava materiale per una ricerca letteraria. Peccato che le e-mail fosse destinata ad altra persona, una decente universitaria che ha il mio stesso nome e cognome, oltre che parecchi anni di meno…e una e-mail simile alla mia!

Meglio un bel nick name cercato con cura!

marisa
14 dicembre 2010, 16:32

E sempre a proposito di omonimie, vi racconto un fatto divertente. Abbastanza tempo fà entro in una farmacia di Udine dove sò che lavora una mia ex-compagna di scuola. Ci salutiamo cordialmente e poi lei mi dice: <>. Io però non ho figlie ma solo figli maschi. Glielo faccio presente e lei: <>.

Così ho scoperto che da qualche parte di Udine ho una omonima……che forse non gradirebbe che io usassi il mio nome e cognome “reale” (che condividiamo senza nessun merito e senza nessuna colpa!) per scrivere in internet, magari cavolate tremende…..

Chi scrive? Lei o io?

Forse è un problema da tenere presente.

marisa
14 dicembre 2010, 16:36

riscrivo i due pezzi mancanti:

…e poi lei mi dice. “ho visto dua figlia l’altro giorno. Ti ha portato i miei saluti?”.

….glielo faccio presente e lei: “ma come? Aveva in mano una ricetta medica intestata al tuo nome e cognome. E così io ho pensato fosse tua figlia e le ho anche detto – salutami la mamma -”

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