Guča val ben un viaggio. Cronache dall’ombelico della musica balcanica

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“La musica serba, come i serbi e il loro cibo, hanno un’anima, e questa anima ci salva dalla globalizzazione”. Parola di Viktor, che abita nel villaggio di Gračanica, enclave serba in Kosovo. Portata agli estremi, la frase degenera nel nazionalismo; alleggerita, si declina nelle più tenui forme dell’attaccamento alle tradizioni, musicali e gastronomiche. Il crinale che separa i due versanti è a volte sfumato, quasi inconsistente, e favorisce interpretazioni censorie dell’attaccamento del popolo serbo alla propria terra. D’altronde è difficile biasimare chi matura allergie di fronte a sfacciate forme di orgoglio, come la bandiera cetnica (dei nazionalisti serbi, ndr) sventolata davanti al palco durante un concerto di trombe a Guča, nell’ombelico della cultura popolare e rurale serba.

“A fa ce in Serbia?” (a far cosa in Serbia?) mi ha chiesto qualcuno prima di partire, con un filo di distaccato dissenso. Vado a cercar di capire come mai la musica popolare sia ancora di massa, cantata e ballata da tantissimi ragazzi, a differenza di quanto accade in Friuli, dove tra le giovani generazioni molti quasi se ne vergognano, nonostante recentemente siano spuntate nuove forme di resistenza linguistica friulana applicata al dub, al rock e al rap.

Mi trovo a Guča, Serbia centrale, circa 150 chilometri di strada a sud ovest di Belgrado, la capitale. In questo paese accoccolato tra le colline cariche di alberi di prugna, da cui si ricava la šljivovica, il distillato nazionale serbo, si ritrovano ogni anno tre-quattro cento mila persone, richiamate dal suono delle trombe sulle melodie che i film di Kusturica e le colonne sonore di Bregović hanno reso celebri nel mondo. Un oceano di gente (moltissimi e in continua crescita gli stranieri) risucchiato nel vortice fatto di ritmi tzigani, maialini e agnelli allo spiedo, ćevapčići alla griglia e birra.

Sull’edizione del cinquantenario – scriteriatamente spalmata su dieci giorni anziché cinque, al solo scopo di far cassa – è calata la sciagurata invasione delle vuvuzela, gli strumenti a fiato che tanto hanno irretito i timpani di spettatori e giocatori ai recenti mondiali in Sudafrica.

Di notte (soprattutto) e giorno, le strade di Guča (duemila abitanti) si animano di decine di migliaia di persone che mangiano, brindano e danzano sulle note delle decine di orchestre di ottoni che suonano senza sosta per ore. Ogni sera, infine, lo stadio diventa il caravanserraglio per concerti ai quali sono ammesse le orchestre più quotate, mentre quelle alla base della piramide meritocratica nuotano nella folla suonando a chi offre loro soldi, in genere teatralmente spiaccicati sulla fronte sudata degli orchestranti, o infilati nelle trombe, nel reiterarsi di un rito di condivisone dionisiaca dove spadroneggia l’ostentazione del denaro sperperato, a indicare che il divertimento musicale non ha prezzo.

In questa taranta di emozioni forti si plasma l’identità serba, ma al contempo si pasce un’ampia fascia di turisti stranieri, ai quali della battaglia di Kosovo Polje del 1389 contro mammaliturchi, pietra miliare della retorica nazionalista serba, non gliene frega nulla, e ambisce a un divertimento esoticamente balcanico, d’altronde favorito da ritmi e sonorità che sarebbero capaci di smuovere il più impettito dei maggiordomi in pensione.

Discutere qui dei rapporti tra Guča e nazionalismo rischierebbe di portarci su terreni scontati e battutissimi. Tra parentesi: avvistata una sola maglietta raffigurante la “tigre” Arkan (Željko Ražnatović, criminale di guerra) e due con il ricercatissimo Ratko Mladić (il “boia di Srebrenica”).

Piuttosto è bene indagare sulle ragioni della intatta, se non crescente, popolarità di questa musica. Per farlo ho accanto a me Paolo Cantarutti di Radio Onde Furlane, Guido Carrara, voce e chitarra del gruppo “Bande Tzingare” (nonchè disegnatore di fumetti, poeta ed ex componente degli Flk) e il giornalista Alessandro Gori, traduttore della prima guida turistica della Serbia, coautore con Stefano Missio del documentario “La Repubblica delle Trombe” e balcanologo gastronomade. Fu proprio lui, in un articolo apparso su Venerdì di Repubblica a descrivere il festival come “pellegrinaggio” dove i serbi fanno pace; con se stessi. Eppure la tradizione degli strumenti a fiato ha origini belliche: “Quando gli eserciti smobilitavano, i soldati tornavano a fare i contadini: dietro, però, oltre alle armi che avevano imparato a usare, c’era anche chi si portava anche quegli altri strumenti: gli ottoni. A questo si aggiunge la tradizione tzigana (dopo la chitarra, la tromba è lo strumento principale d’espressione) e il gioco è fatto”. Le orchestre di fiati accompagnano ogni momento significativo della vita dei serbi di queste regioni, spiega Gori, e sono diventati parte inseparabile dell’iconografia di un popolo, che vi si riconosce ed è riconosciuto grazie ai film di Kusturica. Ma pochi sanno, puntualizza, che durante le proteste di piazza del 1996 e ‘97 a Belgrado contro Milošević, la colonna sonora era proprio Kalašnjikov e Mesečina. Gori ci spiega che a quei tempi c’era una grande differenza tra gente di città e di campagna. “Con i mezzi di comunicazione imbavagliati, nelle zone rurali non si era neanche a conoscenza che in tutte le città della Serbia erano in corso oceaniche manifestazioni contro il regime di Milošević che aveva rubato le elezioni locali, con centinaia di migliaia di persone che scendevano ogni giorno in strada a protestare”.

Anche oggi, in un certo senso, la musica che si ascolta e balla a Guča fa probabilmente storcere il naso a diversi cittadini, che la giudicano come una forma di espressività campagnola e grezza. Nel suo complesso, però, è popolare e accompagna tutti i momenti significativi della vita, dai matrimoni ai funerali, rappresentando la saldatura di un popolo attraverso le note. Al contrario di quanto accade per la musica tradizionale friulana, che, come osserva Paolo Cantarutti: “è morta nelle sue funzioni, cioè di far festa, di accompagnare nozze e funerali. Mentre qui continua a esercitarle queste funzioni e vedi i tutti questi giovani, nello stadio, entusiasti come se fossero a un concerto rock. Continua a essere viva. Invece da noi non la sentiamo più e, ad esempio, nelle sagre c‘è musica da discoteca. Forse solo a Resia persiste un rimasuglio di musica tradizionale che continua ad avere una funzione, ma nella bassa friulana no”. Secondo Cantarutti non è una questione di forma musicale e ritmo, ma di funzione esercitata tuttora nella società, provando a ipotizzare quando e come sia avvenuto questo scollamento tra popolo friulano e musica tradizionale dice che “la radio e televisione non l’hanno mai spinta, e quindi l’evoluzione della musica e delle villotte si è fermata a un certo punto, mentre qui hanno continuato a mischiarla, contaminarla ed evolverla”. La musica balcanica, quindi, sarebbe geneticamente modificabile, in divenire continuo, riuscendo così a smarcarsi dal pericolo di divenire oggetto fermo, stantio e museale come avviene per certi nostri canoni. “Con la modernità da noi la tradizione sembrava una cosa da buttare via, e così capita di vedere giovani d’oggi che magari si imbattono negli Arbe Garbe o nei Carnicats (gruppi friulani e carnici, ndr) e restano folgorati, scoprendo che si può fare punk, rock, rap in friulano o riprendendo melodie friulane, come ‘Sul puint di Braulins’. Ma sono pochi”.

L’entropia musicale sprigionata da queste squadre di ottoni ha comunque effetti che inducono a danzare, anche perché “Qui sento una complessità ritmica che noi ce la sogniamo”, dice Carrara, che osserva: “come la loro lingua è complessa e agevola chi la parla nell’apprendimento di quelle straniere, così avviene con la musica”. “Il bello è che pochissimi tra coloro che suonano sanno leggere le note, vanno a orecchio”, svela Gori. Una complessità – tutti concordano – che non è complicata, ma immediata nella percezione.

Bisogna a questo punto ricordare che la Serbia in musica non è limitata ai fiati, ma possiede un’anima rock in evoluzione, e se ne ha la riprova nell’altro grande evento, “Exit”, che si tiene a luglio a Novi Sad. Il bello è che questi generi non sono così lontani come sembrano, se si pensa che il più conosciuto interprete dei brani balcanici (Goran Bregović, appunto) esce dalla magica e irripetibile stagione del “Yugo Rock” che nacque e spopolò nella Sarajevo degli anni ’70 e ’80; da lì vengono anche alcuni componenti della No Smoking Orchestra (Il gruppo col quale oggi furoreggia Emir Kusturica).

Guča poi è capace di fagocitare ogni tipo di ritmo, elaborandolo e proponendolo filtrato da trombe e affini,  compresa l’altra metà del cielo musicale serbo: le malinconiche canzoni che si cantano nelle Kafane, le tipiche taverne dove piccoli gruppi con fisarmonica, chitarre e contrabbasso, ma senza fiati, le interpretano su temi che ruotano attorno all’amore e all’ebbrezza alcolica (i due versi del brano più significativo recitano: “La kafana è il mio destino, la mia unica donna”), trascinando gli avventori in cori epici.

Trovarsi a Guča nei giorni del festival è un’opportunità quasi unica per concedersi al morso della tarantola della ritmicità tzigana e serba che a volte rischia, è vero, di scivolare negli stereotipi fatti su misura per il turista straniero, ma tiene vivi angoli di musicalità domača (autentica, “fatta in casa”). Qualcosa di simile, a livello di popolarità, lo si può vedere in Argentina, osserva l’italo argentino Carrara parlando ad esempio del ritmo della Chacarera: “L’impatto sonoro e di partecipazione è simile, con gente di qualsiasi età che canta e balla”, ma ciò che consente un paragone ritmico con il Sudamerica è piuttosto “il Candombe”. A stupire, qui, è comunque la velocità dei finali, qualcosa che Cantarutti arriva provocatoriamente a definire “Techno trombe”.


Un altro aspetto inusuale per chi viene da fuori è la convivenza tra bande serbe-serbe, e altre zingare. Quella musicale è infatti una delle rare chiavi d’accesso che gli zingari hanno al cuore dei serbi: “In questa zona ci sono solo orchestre serbe – ci spiega Gori – quelle zingare vengono dal sud; non dimentichiamo che la Serbia è il terzo paese con più zingari in Europa, dopo Romania e Slovacchia. In questi posti gli zingari stanno antipatici e l’unica ragione per la quale alle volte sono apprezzati, è attraverso la musica. Ci sono dei villaggi nel sud, in cui esistono varie orchestre. Il modo di suonare dei serbi è più classico, quello degli zingari è più virtuoso, con influssi orientali”. In ogni caso, alcuni dei più celebrati trombettisti, pur capaci di sollevare decine di migliaia di persone che assistono ai concerti nello stadio, non vivono solo di musica, come nel caso di Gvozden Rosić, protagonista del documentario La Repubblica delle Trombe e premiato come “Tromba d’Oro” nel 2001, che vive a pochi chilometri da Guča e fa l’agricoltore coltivando soprattutto lamponi.

Questo saltabeccare dei medesimi polpastrelli tra la terra da coltivare, le prugne da raccogliere e i pistoni della tromba, resta forse il vero antidoto alla globalizzazione, a prescindere da qualsiasi ostentazione nazionalistica, ecco perché si può dire che Guča valga ben un viaggio e attraverso i timpani doni la risposta alla domanda “A fa ce in Serbia?”.

Approfondimenti:

Il sito del documentario La repubblica delle trombe

Il sito ufficiale del Festival delle trombe di Guca

Trailer documentario Guca 2006

Guca (trailer)

Il candombe argentino

lunedì 30 agosto 2010
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 5 Commenti

Luca
31 agosto 2010, 03:43

Complimenti per il resoconto. Si capisce benissimo come tu abbia vissuto appieno le giornate a Guca. Non deve essere stato facile analizzare, interloquire, capire e anche dubitare se non a volte dissentire di fronte ad un avvenimento del genere. Ancora complimenti!

31 agosto 2010, 13:48

ottimo resoconto, grazie!
il cavolo con le sembianze di Dumbo poi è la ciliegina sulla torta ;)

santacruz
1 settembre 2010, 18:44

Senza andar fin a Guca, podè farve un aperitivo sabato 4 settembre a Staranzan alla Sagra delle raze… coi RADIOZASTAVA!

Chi più balcanici de lori? ;-)

Tix
1 settembre 2010, 19:55

Bellissimo articolo. Confermo tutto quanto è scritto

claudio stocco
1 settembre 2010, 20:21

appena visti a moggio. bravissimi

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